C’è molta confusione sull’Intelligenza artificiale. Certo, il fenomeno è complesso, e anche complicato. Nel senso che investe praticamente ogni settore della vita civile e, al tempo stesso, lo fa con modalità che, per esser comprese, spesso richiedono competenze specialistiche - intellettuali e professionali. Ciò che rende, poi, ancora più arduo il compito di fare chiarezza è che gli interessi in gioco sono enormi, e chi è parte in causa fa di tutto per tirare acqua al suo mulino.

Per tutte queste ragioni, è stata davvero cruciale l’enciclica di Papa Leone, che con la sua autorevolezza e umanità ha cominciato a dipanare la matassa. Prendendo di petto il nodo più spinoso: dobbiamo preoccuparci soprattutto di non perdere il treno dell’innovazione - e delle nuove opportunità di sviluppo - o la priorità è tutelare l’umanità dalle incognite di una spirale tecnologica incontrollabile? Riprendendo la tradizione più avanzata della dottrina cattolica, il Papa ha ribadito l’esigenza di restare al passo coi tempi. Ma mettendo comunque al primo posto il rispetto della persona, come nucleo essenziale e invalicabile di ogni progresso. Tutti - almeno a parole - d’accordo. Ma - neanche a due settimane di distanza - il Governatore della Banca d’Italia - ha suonato un’altra campana, facendo eco agli orientamenti di gran parte dei suoi colleghi europei. Se non vogliamo perdere il treno della competizione globale, l’Italia deve concentrare i suoi sforzi - economici e imprenditoriali - sugli investimenti in IA. Nell’ultimo decennio abbiamo perso terreno in produttività e innovazione. Sono poche le nostre aziende che hanno preso la sfida dell’IA sul serio, e il suo utilizzo rimane marginale e superficiale. Bisogna accelerare, e subito, dirottando in questa direzione buona parte delle risorse pubbliche, a cominciare da quelle formative. La nostra percentuale di laureati nelle discipline scientifiche e ingegneristiche resta bassa. Se è vero che l’IA può distruggere posti di lavoro a tappeto, l’unica difesa è imparare ad adoperarla e gestirla al meglio. Oltre all’autorevolezza della fonte, queste due strategie hanno il merito di non nascondere le differenze. Non si tratta di posizioni contrapposte. Ma neanche facilmente conciliabili. E riflettono sentimenti sempre più diffusi in ogni angolo del pianeta, e - molto spesso - nello stesso individuo. Capita sempre più frequentemente di parlare con qualcuno che - di primo acchito - denuncia le storture dell’intelligenza artificiale, i guasti all’ambiente che comporta, e il senso di impoverimento personale di fronte a una macchina onnipotente. Poi, con un brusco cambio di registro, ti racconta quanto sia migliorato il suo lavoro, quanto tempo risparmi a completare - meglio - le vecchie procedure, e come riesca a fare a meno di molti suoi - ex - collaboratori o dipendenti. In pratica, per buona parte dei cittadini - ed elettori - prevale un atteggiamento di non-scelta. Come se fosse possibile tenere i nostri piedi in due scarpe. Quelle della magnifica humanitas di papa Leone, e quelle dei conti che non tornano nella sfida col resto del pianeta. Integrare le due prospettive sarebbe la soluzione augurabile. Ma, per quello che già si può vedere dalle convulse trasformazioni in corso, la polarizzazione delle scelte diventerà sempre più drammatica. E, dal tavolo delle riflessioni e degli auspici, investirà il mondo politico. Fino ad oggi, leader e partiti sono rimasti - per lo più - alla finestra. Si son tenuti fuori della mischia. Cercando di conciliare a parole ciò che nella realtà sta prendendo strade sempre più distanti. E, soprattutto, badando ad evadere il nodo politicamente più spinoso, quello di chi detiene il controllo dell’IA e dei suoi immensi profitti. Ma non ci vuole la sfera di cristallo per prevedere che le forme e la rapidità dello sviluppo dell’Intelligenza artificiale diventeranno la principale arena di scontro tra le forza politiche. Sta già succedendo in America. L’Europa si troverà molto presto di fronte allo stesso bivio.