Su 18 capoluoghi ce n’è soltanto una. Bisogna andare ad Andria per trovare una donna eletta sindaca in questa tornata di elezioni amministrative: Giovanna Bruno (del centrosinistra) al primo turno, con il 77% dei voti. Nei ballottaggi di domenica e lunedì a Lecco, Arezzo, Chieti, Macerata, Trani e Agrigento non ce n’è traccia. D’altronde erano pochissime: 9 su 86 candidati a guidare i 18 comuni capoluogo andati al voto. È la percentuale più bassa degli ultimi anni: il 10%. Nel 2025 le donne erano state il 28%, nel 2024 il 23%. Quest’anno la metà dei capoluoghi al voto — Mantova, Venezia, Prato, Macerata, Chieti, Crotone, Reggio Calabria, Agrigento ed Enna — non avevano nemmeno una candidata a sindaco, nemmeno nelle liste minori.

Nei comuni più piccoli è andata anche peggio: c’erano solo candidati sindaco uomini nel 61% dei casi. E quasi la metà (il 48%) non è riuscita a rispettare le quote di genere nelle liste. La legge prevede che nei comuni tra i cinquemila e i quindicimila abitanti nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati. È una norma, ribadita nel 2022 dalla Corte costituzionale, che serve a garantire una presenza minima di donne, il genere solitamente sottorappresentato. Quasi un piccolo comune su due, però, non ha trovato nemmeno un terzo di donne da inserire in lista, neppure nelle ultime posizioni (dove si mettono candidati di facciata, sapendo che non si avranno i voti per eleggerli).