Sulla prima pagina de L'Équipe c'è spazio solo per i campioni. La coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo da Marquinhos, una squadra in festa e un concetto molto semplice a titolare: "Les invincibles", gli invincibili. Gongolano, in Francia, e fanno bene, perché in 68 anni di storia della massima competizione europea il loro movimento calcistico era pressoché sempre stato relegato ai margini, con la sola eccezione del Marsiglia di Bernard Tapie nel 1993. Due anni dopo, i titoli sono diventati tre, per merito di una squadra programmata per questo da un decennio, che più volte si è scontrata contro un muro e che ha trovato la via maestra lasciando andare le sue superstar.
"E' stata un'attesa lunga, molto lunga, per non dire interminabile - scrive Hervé Fouillet nel suo editoriale -. Ma ieri, al termine di una sessione di rigori mozzafiato, abbiamo finalmente assaporato quel delizioso piacere della felicità che si ripete in così poco tempo. Ed è stato magico". Una magia dovuta anche alle attuali stelle, che però, a differenza delle sopra citate, non sono arrivate a Parigi da tali: Dembelé, pallone d'oro in carica, e Kvaratskhelia, che se solo la sua Georgia giocasse il Mondiale ne sarebbe il naturale successore, pur non scintillando come al solito hanno fatto nascere, in combutta, il pareggio.













