«Sono da preferire il dolori della pace ai tormenti della guerra» (Yitzhak Rabin)

All’indomani della fondazione dello Stato di Israele nel 1948 si lavorava per costruire una nuova identità nazionale che sostituisse l’immaginario diasporico dell’ebreo passivo e subordinato alla volontà mutevole delle nazioni ospitanti, con l’israeliano sovrano all’interno dei confini del proprio Stato e in grado di difenderlo anche con l’utilizzo della forza. Il messaggio faceva leva sulla tragedia della Shoah, attribuendovi l’ingrato compito di legittimare l’agenda politica e militare israeliana: la drammatica disfatta subita in diaspora, culminata nello sterminio di 6 milioni di ebrei durante la Shoah, non si sarebbe mai più ripetuta grazie alla nuova patria e al suo apparato di difesa, noto per essere tra i più potenti e sofisticati del mondo.

Nel corso di tre generazioni la società ebraica ha coltivato miti fondanti che collegano Shoah e rinascita, plasmando di conseguenza la coscienza collettiva. Con il passare degli anni, il moltiplicarsi delle guerre e del terrorismo, dovuti anche alle politiche degli stessi governi israeliani, non ha fatto altro che alimentare la narrazione dell’eroe che celebra acriticamente le vittime come tributo della società contribuendo a perpetuare la violenza in una spirale senza fine. Ciò spiega come le operazioni militari a Gaza seguite al 7 ottobre, per non parlare di quelle contro l’Iran e il Libano, abbiano riscosso consenso presso buona parte della popolazione civile ebraica per lunghi mesi. Morti, feriti, migliaia di civili sfollati, ostaggi, riprovazione internazionale, crisi economica e prezzo in termini di salute mentale: niente sembrava sufficiente per invertire la rotta perché, seppure la guerra fa paura, per qualche motivo all’inconscio israeliano medio la pace deve apparire come qualcosa di ancora più spaventoso o inaccessibile a priori. Mettere in discussione l’intero sistema cui si appartiene, essendoci nati e cresciuti, è una scelta sofferta che, nella migliore delle ipotesi, comporta la riprovazione di familiari e amici, con conseguenze che si estenderanno anche al mondo del lavoro. Tuttavia esiste un’esigua minoranza convinta che la soluzione del conflitto in Medio Oriente non debba passare dalle armi, e che si oppone alle violente politiche di oppressione che Israele mette in atto nei confronti del popolo palestinese.