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Stefano Montefiori, inviato a Budapest
Per tutti lo spagnolo è il coach migliore del mondo, che con il suo francese sgangheratissimo ma efficace e le sue mille fissazioni porta a Parigi la seconda Champions consecutiva
Visto dalla curva Sud, cioè dove stavano i tifosi del Psg alla Puskas Arena, è il trionfo dei parvenus del calcio, quelli che si sgolano per 120 minuti a torso nudo, si abbracciano tra sconosciuti al pareggio salvifico di Dembélé, e cantano per tutta la partita l’inno di una squadra nata appena nel 1970, un inno che ciò nonostante dice «après tant d’années / de galères et de combats», dopo tanti anni di sofferenze e di lotte. Ma da ormai tre anni c’è Luis Enrique, e quelli della curva Nord, i tifosi inglesi che hanno appena vinto la Premier League, c’hanno poco da esibire l’immenso striscione con la scritta «Arsenal since 1886», a rimarcare altre tradizioni e altri lignaggi: noi parvenus abbiamo il coach migliore del mondo, che con il suo francese sgangheratissimo ma efficace e le sue mille fissazioni porta a Parigi la seconda Champions consecutiva. Una volta è storia, due volte è leggenda. «Io leggenda? Non mi interessa», riesce a dire nella festa appena esplosa. Poi, appena ricomposto spiega: «Ai ragazzi non ho detto nulla, ma solo le cose normali per attaccare una squadra come l’Arsenal che difende molto bene. I rigori? Siamo abituati».











