D’Ascoli
Undici anni dopo il suo arrivo a Palazzo Cavallo, Alessandro Ghinelli si prepara a lasciare la fascia tricolore a uno tra Marcello Comanducci e Vincenzo Ceccarelli. Si chiude così una delle stagioni politiche più lunghe della storia amministrativa recente di Arezzo, iniziata nel 2015 con una vittoria che segnò una svolta negli equilibri cittadini e destinata a lasciare tracce anche oltre la fine del suo mandato. Una città più conosciuta, più consapevole delle proprie potenzialità turistiche, più abituata a pensarsi come una realtà capace di dialogare a livello internazionale. Ma anche una città che si porta dietro troppi progetti incompiuti e grandi cantieri aperti.
Quando l’ingegnere figlio di Oreste Ghinelli, storico dirigente del Msi, vinse le elezioni del 2015, la città viveva una delle fasi più difficili della sua storia recente. Il crac di Banca Etruria colpiva duramente le famiglie, le imprese e anche l’identità cittadina. Arezzo appariva ripiegata su sé stessa, segnata da una crisi economica e morale che le aveva tolto anche fiducia. Il sindaco fu tra i più duri oppositori del governo guidato da Matteo Renzi e delle scelte che coinvolsero l’allora ministro Maria Elena Boschi, figlia del vice presidente dell’istituto Pier Luigi. Una contrapposizione fortissima che intercettò certamente il malcontento cittadino ma che finì per prevalere rispetto alla più ragionevole difesa dell’istituto di credito e del suo ruolo nel tessuto economico locale. Dimenticandosi di concentrarsi più sul destino del sistema produttivo e finanziario aretino che sullo scontro politico, che pure ebbe rilevanza nazionale.











