Da adolescente, poco prima dell’apertura di Gardaland, lo misero a contare le auto sulla Gardesana per quantificare i flussi dei possibili visitatori, da adulto è entrato ben cinque volte nel recinto delle tigri di Moira Orfei e con il vascello dei Pirati ha animato le sagre più grandi del Nord Italia. Ora, all’età di 73 anni, dopo aver portato i Caraibi a Jesolo, vuole portarci anche il surf.
«Ho vissuto almeno due vite ma ho continuato a vendere il medesimo prodotto: il divertimento», dice convinto Luciano Pareschi, titolare del Caribe Bay di Jesolo e attuale presidente di AssoParchi. «Faccio l’imprenditore e i numeri devono stare in piedi ma quando entri in un posto capisci subito se c’è un’anima, se dietro c’è qualcuno che ci lavora con amore». Luciano Pareschi, dunque lei ama il suo Caribe Bay? «Basta un colpo d’occhio per capirlo. Ci sono 2.500 palme, c’è sabbia bianca ovunque e io sono lì ogni giorno, a guardare in faccia i miei ospiti. E sottolineo, ospiti, non clienti». Non è stanco, dopo tutti questi anni? «Stanco io? Sono un ex sub, un maratoneta, ho fatto la 100 chilometri del Sahara e ho scalato il Falzarego con Marco Berti». Perché dice di aver vissuto almeno due vite? «Perché all’inizio noi lavoravamo con i luna park itineranti. A Padova eravamo in Prato della Valle, a Udine in piazza Primo maggio, a Gorizia in piazza Vittoria, a Reggio Emilia tra i due teatri». Che tipo di giostre avevate? «Siamo partiti con quella dei cavalli e siamo arrivati al vascello dei pirati. Quando l’abbiamo comprato, nel 1980, un appartamento costava circa 40 milioni di lire, la nostra giostra ben 280. Erano i tempi d’oro, io credevo in quel mondo, volevo fare il salto di qualità». Però? «Però in quel mondo non era possibile. Tutti guardavano solo il loro orticello, per questo quarant’anni fa ho deciso di cambiare. Mio padre era tra i soci fondatori di Gardaland. Il germe dei parchi divertimenti era già impiantato». Chi erano i suoi genitori? «Mio padre Bruno era originario di Bergantino, provincia di Rovigo. Erano allevatori di cavalli, dieci fratelli. Mia madre invece veniva da una famiglia padovana, i Cavaliere, che lavorava con gli spettacoli viaggianti. Cinema itinerante, per la precisione. Quando si sono conosciuti lei aveva 20 anni, papà 25». A un certo punto, dice, ha voluto lasciare il mondo dei luna park itineranti. C’era uno stigma sociale nei vostri confronti? «Assolutamente no, noi arrivavamo a Padova il 13 giugno, giorno di Sant’Antonio. A Udine c’era Santa Caterina, San Luca a Treviso. Noi seguivamo la tradizione delle città. Eravamo un valore aggiunto». E allora perché ha voluto cambiare? «Per evolvere, perché guardavo ai grandi parchi europei e mondiali. Andai al Typhoon Lagoon della Disney. Gli scivoli non erano granché ma rimasi colpito dall’ambientazione: un sogno. Allora pensai che anche io volevo regalare un sogno simile ai miei ospiti». Nel frattempo aveva aperto Acqualandia. «Esatto, e nel 2004 inizia l’operazione di tematizzazione di Acqualandia. Abbiamo aggiunto pezzi anno dopo anno, fino ad arrivare al Caribe Bay di oggi: una realtà con 300 mila visitatori annui su 80 mila metri quadrati e 270 collaboratori». Ricavi? «Circa 15 milioni l’anno. I fondi d’investimento che ci corteggiano da tempo». Ma pare di capire che lei non intende mollare. «Mollare io? Proprio adesso che mi sono sistemato con le banche e inizio a divertirmi? Ho progetti fino al 2041, ne devo parlare sia al sindaco di Jesolo De Zotti, sia al vicepresidente della Regione Lucas Pavanetto. Voglio che la morte mi colga vivo: se fai un lavoro che ti piace, tu non hai mai lavorato un giorno in vita tua». Tanti progetti fino al 2041, ne racconti uno. «Il surf a Jesolo: onde alte tre metri su una vasca lunga 200. Sono stato a Monaco a vedere un impianto simile ma il nostro sarà ovviamente inserito nella cornice scenica del Caribe Bay e soprattutto sarà sostenibile dal punto di vista del consumo di energia». Il surf a Jesolo? «Sì, l’area c’è già, ci stiamo ampliando. Sarà possibile usufruirne senza costi aggiuntivi, tutto compreso nel biglietto d’ingresso. Bisognerà prenotarsi con Qr code però, quello sì». A proposito di sostenibilità: lei aveva proposto di utilizzare l’acqua desalinizzata per riempire le vostre piscine. Com’è finita poi? Siete riusciti? «L’iter è ancora in corso ma non è semplice prendere l’acqua dal mare in Italia, servono un sacco di autorizzazioni. Dipende tutto da Comune e Guardia costiera». Lei era anche il titolare della discoteca Cuba Libre di Jesolo, quella con il bungee jumping. «Confermo, sono io. A Jesolo c’erano 25 discoteche, ne sono rimaste 4. Facevo mezzo milione di persone in 100 giorni, 10 mila a sera nel mese di agosto. Avevo messo fuori i cartelli: severamente vietato l’ingresso agli spacciatori di droga. C’erano un migliaio di persone bannate, che non potevano entrare». Poi però avete chiuso. Come mai? «Un locale del genere non si regge più: avevamo 18 addetti alla sicurezza, proprio per badare ai clienti problematici». Può raccontare come andò quella volta del recinto delle tigri di Moira Orfei? «Suo figlio Stefano è un mio grande amico, fa il domatore. Un giorno mi porta dentro il recinto e mi chiede se voglio accarezzare la tigre. Io, intimorito, gli dico sì. È la più buona di tutte, mi disse. Un anno dopo quella tigre lo aggredì, lui se la cavò per miracolo, con 140 punti di sutura in tutto il corpo». E lei come reagì? «Lo chiamai e gli dissi: per fortuna era la più buona».









