Gianfranco Pasquino, politologo di meritata fama, una esperienza di parlamentare del PCI e del PDS, rimprovera all’attuale centro-sinistra di confondere i desideri con la realtà. Non è tranciante come Massimo Cacciari che, come “Ginaccio” Bartali, sbotta “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!”; ma non vede “idee particolarmente trascinanti”. Elly Schlein “dovrebbe avere più fantasia, essere meno ripetitiva”.
Paolo Mieli, storico con l’occhio attento al presente, incrudelisce: “Non sappiamo niente di preciso su chi guiderà lo schieramento progressista, quali le posizioni della sua compagine”, e non su questioni secondarie: la politica internazionale, le proposte in materia di sicurezza ed emigrazione, in economia, in materia elettorale. Vai a sapere quale sarà l’armocromia di Schlein dopo i flop a Reggio Calabria e Venezia, dopo le vittorie a Salerno e Enna, grazie a un paio di quei cacicchi che voleva spazzare via… Così si giustifica il sarcasmo di Giorgia Meloni di cui la segretaria del PD aveva profetato il crollo: “ancora una volta è rimandato a domani”.
Tuttavia, Meloni ha anche torto: ha votato il 60,06 per cento, per questione (il sindaco) che riguarda tutti da vicino. Cinque punti in meno rispetto alle precedenti comunali (64,9 per cento). Metà paese, da più di dieci anni rinuncia a esercitare il diritto-dovere di votare, scegliere, partecipare. Questo è il vero crollo. Aveva ragione Mario Vinciguerra, che già nel 1956 individuava i mali organici nei corpi politici, derivanti “dal depauperamento della classe dirigente, che non si fabbrica come merce in serie in un’officina; e dall’inefficacia delle leggi fondamentali” Ma qualcuno oggi legge e riflette più su Vinciguerra e il suo “I partiti italiani”?










