Le decapitazioni del 28 febbraio, e dei giorni seguenti, hanno fatto emergere un nuovo gruppo di potere a Teheran. Se la nuova Guida suprema è il figlio della precedente, e siamo passati da Ali a Mojtaba Khamenei, i vertici militari sono dominati dai suoi vecchi compagni di trincea durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. I generali Mohammad Bagher Zolghadr, Yahya Rahim Safavi e soprattutto Ahmad Vahidi, che adesso comanda i Guardiani della rivoluzione, hanno questo in comune: aver combattuto nel “Battaglione Habib”. Che, guarda caso, è lo stesso dove si era arruolato volontario Mojtaba. Tra i suoi amici e collaboratori più stretti ci sono l’ex capo dell’Intelligence Hossein Taeb, anche lui suo commilitone, e il generale Mohsen Rezaei, che è stato richiamato in servizio dopo essere stato pensionato. Infine, Mojtaba ha nominato segretario di Stato Mehdi Khamoushi, un falco con stretti legami famigliari e clericali. Quello che accumuna questa nuova classe dirigente è stato riassunto dall’analista Vali Nasr, uno dei migliori sulla piazza. “Il dato dominante – spiega – è la totale diffidenza verso Donald Trump. Sono convinti che le concessioni, specie quelle più generose, sono solo una trappola. Pensano che gli Usa vogliano una Iran debole e isolato, da sottoporre a periodiche “tosature” a suon di bombe”. In questa visione, “mantenere il controllo di Hormuz è l’obiettivo strategico primario”, una leva di deterrenza più forte di un’eventuale arma atomica. I vertici della Repubblica islamica sanno anche, però, di aver bisogno di alleati e corteggiano soprattutto l’Oman, oltre che il Qatar. La loro narrazione, rivolta al Sultano di Muscat, è che già un tempo i due Paesi si sono uniti, “per espellere i portoghesi” dopo che avevano preso possesso dello Stretto di Hormuz all’inizio del Cinquecento: furono costretti a ritirarsi un secolo dopo. Ora l’obiettivo è cacciare gli americani, svuotare di armi e soldati le loro basi nel Golfo. Con un accordo. O con un nuovo round sul ring mediorientale. “Abbiamo resistito dieci anni in trincea contro Saddam Hussein, possiamo resistere anche all’America”, è la loro convinzione.
Mojtaba Khamenei, i compagni di trincea e la linea dura con Trump
Le decapitazioni del 28 febbraio, e dei giorni seguenti, hanno fatto emergere un nuovo gruppo di potere a Teheran. Se la nuova Guida suprema è il figlio della precedente, e siamo passati da Ali a Mojtaba Khamenei, i vertici militari sono dominati dai suoi vecchi compagni di trincea durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. I generali Mohammad Bagher Zolghadr, Yahya Rahim Safavi e soprattutto Ahmad Vahidi, che adesso comanda i Guardiani della rivoluzione, hanno questo in comune: aver combattuto nel “Battaglione Habib”. Che, guarda caso, è lo stesso dove si era arruolato volontario Mojtaba. Tra i suoi amici e collaboratori più stretti ci sono l’ex capo dell’Intelligence Hossein Taeb, anche lui suo commilitone, e il generale Mohsen Rezaei, che è stato richiamato in servizio dopo essere stato pensionato. Infine, Mojtaba ha nominato segretario di Stato Mehdi Khamoushi, un falco con stretti legami famigliari e clericali. Quello che accumuna questa nuova classe dirigente è stato riassunto dall’analista Vali Nasr, uno dei migliori sulla piazza. “Il dato dominante – spiega – è la totale diffidenza verso Donald Trump. Sono convinti che le concessioni, specie quelle più generose, sono solo una trappola. Pensano che gli Usa vogliano una Iran debole e isolato, da sottoporre a periodiche “tosature” a suon di bombe”. In questa visione, “mantenere il controllo di Hormuz è l’obiettivo strategico primario”, una leva di deterrenza più forte di un’eventuale arma atomica. I vertici della Repubblica islamica sanno anche, però, di aver bisogno di alleati e corteggiano soprattutto l’Oman, oltre che il Qatar. La loro narrazione, rivolta al Sultano di Muscat, è che già un tempo i due Paesi si sono uniti, “per espellere i portoghesi” dopo che avevano preso possesso dello Stretto di Hormuz all’inizio del Cinquecento: furono costretti a ritirarsi un secolo dopo. Ora l’obiettivo è cacciare gli americani, svuotare di armi e soldati le loro basi nel Golfo. Con un accordo. O con un nuovo round sul ring mediorientale. “Abbiamo resistito dieci anni in trincea contro Saddam Hussein, possiamo resistere anche all’America”, è la loro convinzione.






