Diranno che è solo una stortura, un incidente, un inghippo della burocrazia che in questo “benedetto assurdo Bel Paese” (cit.) è il male minore e l’incubo peggiore di ogni cosa, persino delle richieste per ottenere un passo carraio. Diranno che non volevano, che non c’era l’intenzione, che uno fa i regolamenti generali ma poi vai mica a pensare a ogni possibile declinazione, ai casi più banali, a cose che c’entrano un piffero. Diranno che è una polemica sterile, che vale neanche la pena di star a discuterla; forse diranno addirittura che sotto sotto, visto il tenore della questione, chi la solleva è un mezzo fascista, magari un nostalgico, perché mai altrimenti dovrebbe prendersela? Però, la verità, è che il fascismo, qui, cioè a Verona, non c’ha niente a che fare e semmai questa è la fotografia plastica di come una politica votata all’ideologia generi mostriciattoli anche un po’ surreali.

Ché a uno scappa pure da ridere, ma il dato è serio. Nella città veneta del dem Damiano Tommasi, per ottenere un diritto a un passo carrabile, una sciocchezza che si risolve pagando un balzello di qualche centinaio di euro, una marca da bollo e un canone annuale, bisogna dichiararsi “antifa”. Niente, non ce ne scappi: o ripudi il ventennio, spergiuri che non canticchi Faccetta nera sotto la doccia e affermi solennemente che ti dissoci da una storia che è appunto questo, ossia una vicenda passata, o il transito della macchina fino al garage dalla strada pubblica te lo sogni.