Come se le altre realtà di mezza Europa non stessero a testimoniare la pericolosità di un fenomeno fuori controllo, addosso agli immigrati di seconda e terza generazione nella accogliente Italia siamo stati capaci persino di dipingere un fenomeno folkloristico. Ma se i benpensanti non se ne fossero accorta accorti, quella “maranza” non è più solo estetica da social, ma nuova grammatica della violenza giovanile. Bande di ragazzi con rasature fresche, zaini Louis Vuitton tarocchi, musica trap sparata dal telefono, che si muovono in branco tra stazioni, centri commerciali e piazze del Nord Italia, pronte a far scattare la scintilla per uno sguardo, una parola, una ripresa finita sui social. Non c’è militanza, non c’è appartenenza ideologica: solo un’urgenza di dominio, un bisogno feroce di imporsi, di «farsi vedere» e di prevaricare il «debole», il «figlio di papà» identificato nel coetaneo italiano in giro da solo o quasi. E quando esplode, la violenza maranza è rapida, teatrale, gratuita. Più che un’aggressione, una performance succedanea a quelle da palcoscenico che piacciono tanto alla sinistra di casa nostra.

Nei quartieri periferici di Milano come Quarto Oggiaro, Giambellino o la Barona il dominio maranza non fa più notizia. Ma ormai nemmeno le scorribande nei quartieri bene. E da qualche tempo il modello viene esportato anche altrove. A Monza la prossima settimana è stato convocato un consiglio comunale straordinario sul tema visto che, solo negli ultimi mesi, si sono registrate risse con machete, aggressioni a ragazzini finiti in ospedale, palpeggiamenti in pieno centro, rapine con coltello, spaccio. A Como il Questore ha dovuto emettere Daspo urbani in risposta all’allarme criminalità maranza (ricevendo il plauso del Sottosegretario leghista agli Interni, Nicola Molteni). A Brescia il fenomeno è autoctono come a Milano. Ma siccome il franchise rende, i maranza stanno cercando di lanciare un’Opa anche in Piemonte e Veneto.