Sono state le contraddizioni riscontrate nel racconto di E.A. a portare gli inquirenti a ipotizzare, fin da subito, che dietro la morte della piccola Beatrice si nascondesse qualcosa di molto più grave di una tragica fatalità.
Bugie, "tentativi di depistaggio delle indagini", come le ha definite il procuratore di Imperia Alberto Lari, ben presto smascherate dagli investigatori, che hanno compiuto accertamenti incrociati per scoprire cosa fosse davvero accaduto alla bambina.
Tutto inizia il 9 febbraio. Sono le 8.21 quando la donna, dalla sua abitazione di Montenero, a Bordighera, dove vive con Beatrice e le altre due figlie, chiama il 112 per chiedere un intervento urgente degli operatori sanitari in quanto, appena sveglia, si era accorta che la figlioletta era priva di sensi nella sua culla. Aggiunge anche di averla trovata "tutta nera" per una caduta riconducibile a due giorni prima.
Quando arrivano sul posto, i soccorritori si accorgono che quanto raccontato dalla donna non può corrispondere al vero. Il medico del 118 scrive sul referto che sul corpo della piccola era presente una "iniziale rigidità cadaverica della mandibola". Il cadavere presenta "plurime escoriazioni, ematomi, iniziali macchie ipostatiche...lesioni all'apparenza compatibili con segni di lesività da terzi non da escludere". Esclusa fin da subito, invece, la morte per cause naturali.













