di Paolo Mereghetti
Leggenda vuole che sul set commettesse troppi errori, ma non è così. Lo dimostra il fatto che, dopo la sua morte, risultò insostituibile: i registi erano sempre quelli, gli sceneggiatori anche, ma senza Marilyn l’effetto sullo schermo non era più lo stesso
A cent’anni dalla nascita non abbiamo ancora smesso di interrogarci su Marilyn, sul suo mito, sul suo posto nella storia del cinema e del costume. E nei nostri sogni. Perché se c’è un ambito in cui nessuno osa metterla in discussione è proprio quello del suo ruolo nell’immaginario, in quello maschile ovviamente ma anche in quello femminile, volta a volta simbolo di fragilità da proteggere, di femminilità da esaltare, di carica vitale da invidiare, di dolcezza e tenerezza da inseguire. Tutto e il contrario di tutto perché nessuna attrice ha saputo come lei dare forma e vita a quello che una volta si chiamava l’«eterno femminino» e che oggi si cerca invano di inseguire a suon di follower o di like.
Intanto diciamo una cosa: Marilyn era una grande attrice, nonostante le troppe leggende sui suoi errori, sulle battute che non sarebbe stata capace di dire, sulle scene da rifare, l’American Film Institute l’ha messa al sesto posto nella classifica delle migliori attrici di sempre: la precedono solo Katharine Hepburn, Bette Davis, Audrey Hepburn, Ingrid Bergman e Greta Garbo, ma è davanti a star del calibro di Elizabeth Taylor, Judy Garland, Marlene Dietrich e Joan Crawford.












