Raccolte 1,3 milioni di firme per spingere la Commissione europea a intervenire. I promotori dell'iniziativa a Open: «Abbiamo ricevuto il supporto da eurodeputati lungo tutto lo spettro politico»
Hai comprato un videogioco qualche anno fa, lo reinstalli sul tuo computer o sulla console, e non funziona. Non per un guasto o per un errore tecnico, semplicemente perché quel gioco non esiste più. I server sono stati spenti, l’infrastruttura è stata disattivata e quel prodotto che hai acquistato non è più utilizzabile. Questa esperienza, impensabile fino a una o due generazioni fa, è diventata la normalità con cui sono costretti a fare i conti gli appassionati di videogiochi di tutto il mondo. Ed è proprio per smontare questo meccanismo che c’è una battaglia politica in corso in Europa.
Più di un milione di firme raccolte
La mobilitazione, come spesso accade su questi temi, nasce dal basso. In particolare, con un’iniziativa – ribattezzata Stop destroying videogames – che è riuscita a raccogliere circa 1,3 milioni di firme in un anno, obbligando di fatto la Commissione europea a prendere posizione sul tema. «Tutto è partito dal caso di The Crew», spiega a Open il tedesco Daniel Ondruska, tra i promotori dell’iniziativa. Il titolo Ubisoft, pubblicato nel 2014 e disattivato nel 2024, è diventato il simbolo della campagna: un gioco acquistato legalmente da milioni di persone che, a seguito della chiusura dei server, ha cessato di funzionare. Nel giro di pochi mesi, la raccolta firme è decollata, finendo col superare abbondantemente la soglia minima di un milione di adesioni, fondamentali per far sì che la proposta venga esaminata e discussa al Parlamento europeo.











