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Carlos Passerini, inviato a Budapest

Guardiola che di Champions se ne intende visto che ne ha vinte tre da allenatore e una da giocatore era solito ricordare «Se vincere è difficile, rivincere lo è ancora di più»

Back to back. Alzare il trofeo due anni di fila. Più facile a dirlo che a farlo. «Perché se vincere è difficile, rivincere lo è ancora di più». Firmato Pep Guardiola, uno dei più grandi allenatori di sempre, uno che la Champions l’ha alzata tre volte, due col Barcellona (2008-09, 2010-11) e una col Manchester City (2022-23), più una da giocatore sempre con i catalani (1991-92), ma mai due volte di fila. Perché è così difficile? «Perché il livello è altissimo, tutti studiano tutti, nei dettagli, sempre di più, quindi il margine di errore è quasi azzerato» ha messo in chiaro lo stesso Luis Enrique, che alla guida del Psg stasera alle 18 qui a Budapest contro l’Arsenal va a caccia proprio del double, la doppietta, dopo la vittoria dell’anno scorso contro l’Inter nella finale di Monaco di Baviera.

L’albo d’oro della grande coppa nata nel 1955 da un’idea dal giornalista francese Gabriel Henot non mente. E inquadra la questione con una certa chiarezza. Se nelle prime edizioni furono molte le squadre a segnare un’epoca riuscendo a conquistarla più volte di fila, da oltre trent’anni a questa parte tutto è cambiato. Gli anni d’oro del grande Real di Di Stefano furono un ciclo mai più ripetuto: 5 vittorie dal 1956 al 1960. Subito dopo toccò al Benfica di Eusebio nel 1961 e 1962, all’Inter di Sarti-Burgnich-Facchetti fra 1963 e 1964, al rivoluzionario Ajax di Cruijff addirittura tre volte fra 1971 e 1973, tre come il Bayern di Beckenbauer fra 1974 e 1976, due come il Liverpool di Bob Paisley (1977-1978) e come il leggendario Nottingham Forest fra 1979 e 1980. Nel 1989 e nel 1990 l’Europa era terra di conquista del Milan di Sacchi, che segnò un prima e un dopo, tatticamente ma non solo. Perché è da lì che si rompe la catena.