ROMA - Andrà a processo la coppia accusata dell'omicidio colposo del figlio, nato da una quindicina di giorni, a gennaio 2025. Lo ha disposto ieri mattina, dopo una brevissima camera di consiglio, il giudice per l'udienza preliminare. La madre aveva partorito in casa il 15 gennaio dello scorso anno, ma il piccolo è deceduto a fine mese per una meningite fulminante, dopo essere stato portato di corsa all'ospedale Fatebenefratelli, sull'isola Tiberina. I genitori - lui 49 anni di origine romena, lei, italiana, di 31 - erano quindi stati iscritti nel registro degli indagati dagli inquirenti per far luce sull'accaduto.

Le omissioni Scorrendo gli atti, la Procura ha individuato in particolare due gravi omissioni in due momenti distinti di cui sono accusati l'uomo e la donna. Omissioni che avrebbero portato all'infezione fatale per il piccolo, dovuta all'inalazione di liquido amniotico. Innanzitutto nella fase del travaglio non sarebbero state garantite neanche «le basilari condizioni igieniche idonee al parto», eseguito secondo la tecnica lotus birth: una procedura che prevede di non tagliare il cordone ombelicale, ma di aspettare che si secchi e si stacchi spontaneamente. Infatti, non ci sarebbe stata né «l'assistenza di figure medico-specialistiche e di ostetriche professionali», né la possibilità di «predisporre i normali presidi strumentali di monitoraggio e di supporto respiratorio idonei ad affrontare tempestivamente eventuali criticità», come «l'inalazione di liquido amniotico», che si sarebbe dovuta contrastare con particolari strumenti per consentire «un'immediata aspirazione delle vie aeree». Ma anche nei giorni successivi i due - difesi dagli avvocati Umberto Giovanni Sanzari e Salvatore Volpe - non avrebbero consentito «una tempestiva e adeguata gestione medica».Le indagini Secondo chi ha svolto le indagini, i genitori avrebbero dovuto sottoporre il piccolo a una serie di visite di controllo specialistiche. L'infezione, provocata dal liquido che si era riversato nei polmoni, andava infatti trattata con una terapia farmacologica che però non è mai iniziata. Quando il neonato era giunto al Fatebenefratelli, i medici non avevano potuto fare nulla, se non constatare il decesso avvenuto il 31 gennaio per arresto cardiocircolatorio conseguente a una meningite fulminante. I due, così recitano le carte, avrebbero anche mentito sul giorno della nascita: avevano detto al personale sanitario che il piccolo era nato il 22 gennaio e non il 15 gennaio, come è stato poi accertato. Inoltre, secondo gli investigatori, padre e madre sarebbero stati perfettamente consapevoli delle conseguenze della loro condotta. Una conferma in questo senso verrebbe dalla cronologia dei loro telefoni nei quali spuntano ricerche di articoli come "Lotus Birth, una pratica potenzialmente pericolosa", e altri dello stesso tenore. Ora dovranno difendersi nel corso del dibattimento che comincerà nel gennaio del prossimo anno.Lo scorso aprile agli imputati era stato tolto l'affidamento del secondo figlio, di appena 15 giorni. Questa volta la donna era andata in ospedale per dare alla luce un altro bambino, ma aveva lasciato il reparto prima del tempo. Così si era attivata la Procura dei minorenni che, delegando il Nucleo assistenza emarginati della polizia locale, voleva monitorare la coppia anche a fronte del decesso del primo figlio. Dopo alcune ricerche, i due erano stati trovati in un appartamento in zona Pietralata. E qui, tra rifiuti, suppellettili, muffe e anche cinque chili di marijuana e dieci dosi di hashish, c'era una creatura nata da pochissimo, avvolta in una coperta arancione su un materasso buttato per terra. Il piccolo era quindi stato affidato ai parenti della madre. Per il 49enne erano stati disposti invece gli arresti domiciliari per detenzione a fini spaccio e abbandono di minore. Accuse che condivide con la compagna, a piede libero.