“Prima che qualcuno spari, qualcuno ha parlato. Prima che qualcuno venga espulso, qualcuno lo ha chiamato invasore. Prima che qualcuno venga odiato, qualcuno lo ha reso nemico con una parola”. È da qui che parte il “Manifesto per una politica che costruisce, non distrugge”, l’appello lanciato dai Giovani delle Acli e inviato ai 720 europarlamentari con una richiesta precisa: sottoscrivere un impegno pubblico per “disarmare le parole” e contrastare l’escalation di aggressività che caratterizza il dibattito politico e mediatico.

L’iniziativa arriva in un momento in cui, secondo i giovani, il linguaggio pubblico sembra sempre più vicino alla logica dello scontro che a quella del confronto. A fotografare questa percezione è la ricerca “Generazione in conflitto?“, realizzata dai Giovani delle Acli tra gli under 35. Il dato più significativo riguarda proprio il linguaggio utilizzato da politica e media: il 58,57% degli intervistati lo considera aggressivo, divisivo o apertamente ostile. Nel dettaglio, il 48,02% ritiene che sia “piuttosto aggressivo e di parte”, mentre il 10,55% parla di un linguaggio apertamente violento.

Non va meglio sui social network. Qui la percezione negativa sale al 61,77%: il 46,33% dei giovani registra un peggioramento dei toni negli ultimi anni e il 15,44% considera la violenza verbale ormai strutturale. Ancora più significativo il dato relativo alla normalizzazione dell’ostilità online: per il 35,4% degli intervistati “i social sono sempre stati così”. Solo il 2,82% riesce a individuare un clima caratterizzato dal rispetto reciproco. Numeri che, secondo i promotori dell’iniziativa, raccontano una distanza crescente tra le nuove generazioni e il modo in cui viene costruita la discussione pubblica.