"Assistiamo sicuramente ad un aumento di ragazzi adolescenti che decidono di abbandonare lo sport, perché spesso le motivazioni che li portano a praticare quella disciplina non sono le loro, ma di mamma e papà e sentono molto questa pressione". A dirlo è Simone D’Angelis, psicologo dell’associazione Di.Te. (Associazione nazionale dipendenze tecnologiche), che si occupa anche di bullismo e cyberbullismo, intervenuto durante l’evento "Genitori a bordo campo".
"Purtroppo durante le competizioni sportive – dice - ci capita sempre più spesso di assistere alla presenza di forme di aggressività e violenza da parte di persone adulte (che dovrebbero essere persone educanti) nei confronti dei ragazzi, ma anche delle altre figure adulte presenti. Si tratta di una forma sottile di bullismo, che è un po’ diverso da quello che siamo abituati a vedere, ma che è molto presente e radicato. Certo – aggiunge lo psicologo - non è facile mettere in discussione il ruolo di un genitore, ma è necessario capire che cosa lo porta a comportarsi in questo modo per poter affrontare il problema. Perché un genitore deve essere aggressivo a bordo campo nei confronti dell’arbitro o dell’allenatore? – chiede D’Angelis -. Lo fa per un motivo molto profondo. Si arrabbia perché il genitore vorrebbe che il figlio diventasse un atleta, ma non perché infondo lo diventerà davvero ma perché lui aveva il desiderio di esserlo. E’ una proiezione che il genitore fa sul figlio. Mi arrabbio perché devo eliminare tutti gli ostacoli per il successo del ragazzo e devo assicurarmi che lui vinca, anche ‘colpendo’ l’allenatore o l’arbitro. Ma questo diviene purtroppo un pessimo esempio per il giovane – dice D’Angelis - che vede poi l’adulto come una figura instabile".










