La Royal Philharmonic Orchestra diretta da Vasilij Petrenko, con la prestigiosa presenza di Anne-Sophie Mutter al violino, ha aperto qualche sera fa la nuova edizione di Ravenna Festival. “Nacque al mondo un sole” – verso tratto dal Paradiso dantesco – è il titolo scelto per la rassegna di quest’anno, con cui si intende celebrare la memoria di Francesco d’Assisi, come segno di dialogo tra le culture, di solidarietà, di pace. Il programma – primo di una serie di eventi che proseguono fino all’11 luglio, tra concerti sinfonici e solistici, teatro e danza – ha preso le mosse dal celebre Concerto per violino e orchestra di Beethoven, partitura riconducibile a un versante biografico del compositore segnato da una copiosa attività creativa: nell’autunno del 1806, mentre si dedicava a questa pagina, Beethoven aveva da poco scritto la Quarta Sinfonia, il Quarto Concerto per pianoforte e i Quartetti op. 59. E’ suggestivo che ad aprire l’intera rassegna ravennate sia il sorprendente incipit – cinque semplici colpi di timpano – che introduce il primo movimento: quale significato possano custodire quelle enigmatiche pulsazioni rimane quesito arduo da sciogliere, tanto più quando ci si avvede che la loro presenza riecheggia ripetutamente nelle battute successive: qui, in uno spiegato inno alla dimensione lirica dello strumento, il violino sembra affermare con tutte le sue forze la propria individualità, a differenza di ciò che accade nel successivo Larghetto, in cui il solista si riallaccia in una rinnovata unità alla compagine orchestrale. Anne-Sophie Mutter è presenza affascinante fin dall’inizio: ascolta in modo intensissimo, già immersa nell’interpretazione, l’introduzione dell’orchestra, poi inizia e subito sembra poter dare ad ogni suono inedito rilievo, mostrando che cosa significhi amare ogni singola nota e offrirla all’ascoltatore nella sua densità, nella sua profondità, in un’estrema valorizzazione di ogni elemento espressivo.Foto di Zani-CasadioDopo la famosa pagina beethoveniana, la Quinta Sinfonia di Gustav Mahler – una delle creazioni più drammatiche del repertorio sinfonico – ha completato il programma di questa inaugurazione. Un salto in avanti di un secolo separa le due partiture, che pure proprio nel gesto iniziale lasciano trasparire qualcosa di più di una semplice analogia: anche qui l’opera si apre su un elemento ritmico di quattro note, nucleo originale dell’architettura musicale. Questa monumentale sinfonia venne presentata dall’autore – allora già illustre personalità del mondo musicale – nel 1904, ma poi rimodellata (dunque, ancora ripensamenti, come in un’approssimazione continua) almeno fino al 1911. La sua poderosa architettura in cinque movimenti si discosta dalle precedenti pagine sinfoniche mahleriane per avvicinarsi a un’espressività strumentale assoluta. Dall’inquieto esordio affidato alla tromba, al celebre Adagietto, fino alla radiosa, travolgente conclusione Petrenko conduce il pubblico in un vasto itinerario orientato, secondo la struttura di questa partitura, dalle tenebre alla luce. Alla guida della Royal Philharmonic Orchestra dal 2021, il direttore in questo periodo sta portando avanti il ciclo delle sinfonie di Mahler come un percorso di continua ricerca nell’interpretazione: “Cercare la verità nella musica è un processo infinito – ha osservato – e sono felice di essere costantemente coinvolto in questo viaggio”. Se è vero, come Mahler ebbe ad affermare, che “la tradizione consiste nel custodire il fuoco” del passato, in questo intensissimo abbrivo di Ravenna Festival si è intuito una volta di più quanto la musica possa condurci a un’esperienza dell’arte che sia non osservazione di qualcosa di già noto, bensì un avvenimento nell’istante, l’invito a un’immersione nelle profondità dell’animo, la possibilità di cogliere, nei tesori che la tradizione ci consegna, una parola che non deve andare perduta.