Nel 2025 abbiamo celebrato dieci anni di soccorso in mare raccontando una storia fatta di vite salvate, missioni compiute ma anche numerosi procedimenti amministrativi e giuridici affrontati: sei, per l’esattezza. E questo perché, in questi anni, il principio umanitario alla base del soccorso in mare è stato fortemente colpito. Sono stati approvati a livello italiano numerosi decreti, leggi e provvedimenti per ostacolare la conclusione delle attività di soccorso. Mi spiego: non è mai stato ufficialmente e chiaramente detto di non intervenire in situazioni in cui la vita delle persone fosse a rischio – cosa che avrebbe reso troppo visibile la contraddizione con il diritto internazionale del mare – ma quelle azioni sono state ripetutamente punite una volta compiute.

Mi riferisco alle multe, ai fermi amministrativi, alle indagini per favoreggiamento dell’immigrazione. E ancora: agli stand-off, ovvero le attese lunghe anche dieci giorni, di fronte ai porti nella speranza di un’autorizzazione all’ingresso e allo sbarco. Come da anni sosteniamo, l’intenzione di chi attua queste politiche – ora come in passato – è quella di dissuadere il soccorso umanitario, quello compiuto dagli assetti non appartenenti alle forze dello Stato o commerciali, in poche parole, quelli delle organizzazioni umanitarie, meglio note come Ong. Una sigla che ormai è diventata un’etichetta utilizzata da alcuni per indicare che c’è qualcosa di losco. Un doppio standard che criminalizza chi salva senza criminalizzare ufficialmente il salvataggio. Ciò che emerge, guardando questi anni, non è solo la storia di un’organizzazione sotto pressione, ma la storia di come la solidarietà venga sistematicamente trasformata in un problema di ordine pubblico.