La città di Sidone resta ancora un porto sicuro, il primo approdo di chi scappa dal sud. Non che la guerra qui non sia arrivata: sono stati tanti in questi tre anni di guerra i bombardamenti in città e in tutto il distretto. Ma qui a sud, ormai, bene vuol dire meno peggio.
È UNA GIORNATA di vento e dalla strada che arriva da Beirut le onde lontane sulla destra sono tante piccole linee di bianco che appaiono e scompaiono in un niente. L’asfalto consumato dell’autostrada costiera, una lunga striscia grigia che da Tripoli porta a Tiro attraversando mondi più che città, in qualche punto è più scuro. Le gomme non hanno ancora cancellato le tracce delle auto in corsa colpite dai droni israeliani e bruciate sul posto.
È un venerdì tranquillo, il suq è quasi vuoto per l’ultimo giorno dell’Eid el-Adha, la festa del Sacrificio di Isacco, quello in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio. Resta aperto qualche negozietto di souvenir, più per abitudine che altro: non è tempo di villeggiatura. Il lungomare è affollato invece, i bambini giocano, si rincorrono, ridono. E questa notte, come ieri, dormiranno in macchina o in una tenda improvvisata con qualche telo teso tra gli sportelli aperti e il marciapiedi.












