Una volta al giorno l’orologio fermo segna l’ora giusta. Lo stesso fa Giorgia Meloni da quattro anni. Una volta al mese aspetta il cucù dell’Istat per dire che l’occupazione aumenta, la «nazione» ha messo al lavoro «tante persone» e la «destra combatte il precariato». Mica è la «sinistra» che dice e non fa.
LA TRADIZIONE è stata confermata ieri. La presidente del Consiglio ha riaperto i festeggiamenti sulla rilevazione mensile degli occupati ad aprile: i dipendenti permanenti sono aumentati di 143 mila unità, mentre i dipendenti a termine sono diminuiti di 64 mila. Nell’ultimo anno in Italia ci sono 269 mila occupati in più, 24,3 milioni di occupati in totale. Come sempre, anche stavolta si tratta solo di dati assoluti e decontestualizzati. Non si dice che il lavoro in più è sempre più anziano (+419 mila tra gli over 50), tra i giovani fino a 24 anni si registra un calo di 40 mila unità e tra i 35-49enni meno 158mila.
SAREBBE BASTATO CLICCARE sul sito dell’Istat il riquadro «prezzi al consumo» a maggio per capire che il lavoro di cui parla Meloni è un’altra cosa. Ieri stava accanto a quello sull’occupazione. Meloni, e chi per lei, non l’ha fatto. Lo abbiamo fatto noi per lei. Così abbiamo capito meglio il senso dei dati assoluti usati per umettare l’ugola al governo. La domanda è: se qualcuno ha un nuovo contratto di lavoro quanto spende del suo salario in una spesa al supermercato?












