Il tanto atteso incontro tra il presidente degli Stati Uniti Trump e il presidente cinese Xi, inizialmente previsto per aprile ma rinviato a causa della guerra in Iran, si è concluso di recente a Pechino, in un contesto di grande solennità e coreografia diplomatica. Non ci si attendevano svolte significative, e infatti non ce ne sono state. Eppure, entrambi i Paesi hanno sostanzialmente ottenuto ciò di cui avevano bisogno dal vertice: un margine aggiuntivo di stabilità. Le difficili condizioni interne ed esterne hanno spinto Stati Uniti e Cina, in egual misura, verso un summit all’insegna del “non scuotere la barca”.
Trump deve fare i conti con crescenti pressioni inflazionistiche negli Stati Uniti, mentre si avvicinano cruciali elezioni di metà mandato; al tempo stesso, la guerra in Iran, profondamente impopolare, erode ulteriormente indici di approvazione già molto deboli. Xi si trova ad affrontare una crescita fiacca, sovracapacità industriale e una persistente crisi del settore immobiliare. Nel frattempo, la guerra in Iran rischia di innescare un rallentamento economico globale che colpirebbe duramente l’economia cinese, fortemente dipendente dalle esportazioni. Date queste prospettive fosche, nessuno dei due Paesi poteva permettersi un tête-à-tête conflittuale a Pechino.






