Dovevano "sopravvivere" a Milano con circa 150 euro al mese, quello che gli restava dopo aver guadagnato per 10-12 ore di lavoro al giorno in cantiere, sei giorni su sette, 1200-1500 euro, a cui dovevano togliere quasi 900 euro per pagarsi vitto e alloggio e tenendo conto che parte dei soldi rimasti li mandavano in India per aiutare i familiari. Tutto ciò dopo aver versato persino un "pizzo" da cinquemila euro nel loro Paese agli "intermediari" che gli avevano "permesso" di arrivare in Italia a lavorare, senza conoscere la lingua, firmando carte che non sapevano leggere, tra insulti, botte e minacce.

E' la situazione di "para-schiavismo" descritta nel decreto con cui la Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, ha disposto il controllo giudiziario d'urgenza per caporalato per il colosso americano Caddell Construction - con una seconda sede aperta nel capoluogo lombardo - perché avrebbe sfruttato il lavoro di centinaia di operai indiani impiegati negli ultimi anni nella realizzazione della nuova sede del Consolato Usa in piazzale Accursio, che dovrebbe essere ultimata nel 2028, per un contratto da "200 milioni di dollari". Gli operai, hanno ricostruito i pm, venivano assunti dalla società con 'casa madre' in Alabama attraverso un "reclutamento" da parte della "Dynamic House" di Nuova Delhi, società a cui loro stessi dovevano dare circa 500mila rupie, ossia 5mila euro, per riuscire ad arrivare con la formula del "distacco" lavorativo fino al cantiere del nuovo Consolato a stelle e strisce. Là, scrivono i pm Paolo Storari e Mauro Clerici, "venivano sfruttati" con paghe "palesemente difformi dalla contrattazione collettiva e notevolmente inferiori alla soglia di povertà". É l'ennesima indagine su questo fenomeno, con un quadro "criminale, drammatico e degradante", portata avanti dalla Procura che ha già messo nel mirino i settori della logistica, della moda, della vigilanza privata e del delivery food.