Il Parlamento ungherese ha detto la sua sul ritiro del paese dalla Corte Penale Internazionale (CPI) voluto da Viktor Orbán al tempo del suo premierato. Gli orientamenti in questo campo sono cambiati rispetto ad allora, e sono prevalsi i voti a favore dell’annullamento di questo passo che il predecessore di Péter Magyar aveva annunciato l’anno scorso e notificato ufficialmente a chi di dovere.
Sono stati 133 i voti a sostegno dell’annullamento, tutti espressi dal partito Tisza di cui il primo ministro è leader, 37 i contrari del Fidesz-KDNP e 5 gli astenuti di Mi Hazánk. Questo significa che non avrà luogo il ritiro dell’Ungheria, cosa che sarebbe dovuta avvenire il prossimo 2 giugno, e che il paese continuerà a essere membro della CPI.
Anche questo fa parte del cambiamento generale promesso da Magyar già due anni fa dopo che questi, peraltro ex Fidesz, si era segnalato come ispiratore dell’alternativa a Orbán e si era accreditato come suo sfidante, pronto a ingaggiare una battaglia politica che si è conclusa il 12 aprile scorso con una vittoria netta giunta dopo sedici anni di dominio incontrastato dell’ex «uomo forte d’Ungheria». Uno dei primi risultati concreti del nuovo corso è proprio il voto dei giorni scorsi al Parlamento di Budapest. Orbán considerava la CPI nient’altro che uno strumento politico di parte e non c’è motivo di pensare che abbia cambiato opinione. Aveva espresso contrarietà ai mandati d’arresto emessi dalla Corte nei confronti di Vladimir Putin, a cui è tanto legato, e di Benjamin Netanyahu. Ma l’ex premier ungherese era andato oltre l’espressione del suo punto di vista ed aveva invitato il suo omologo israeliano a recarsi a Budapest in visita ufficiale. Una provocazione, una sfida che Orbán aveva lanciato alle istituzioni internazionali con un tratto, quello del provocatore, che è divenuto sempre più tipico del suo personaggio e con la tendenza a tirare la corda sempre di più, fino a sfidare, appunto, la capacità di tolleranza di chi era bersaglio di tali sue stoccate.










