L’Ungheria resterà tra i membri della Corte penale internazionale. Sono i primi effetti della fine dell’era Orban, recentemente sconfitto alle elezioni da Peter Magyar dopo 16 anni di dominio incontrastato. I deputati ungheresi all’Assemblea nazionale hanno votato per annullare il ritiro voluto dall’ex leader un anno fa e che sarebbe entrato in vigore il 2 giugno: i voti a favore sono stati 133 del partito Tisza, di cui fa parte il premier, 37 i contrati della coalizione di Orban Fidesz-KDNP e 5 gli astenuti Mi Hazánk.
All’inizio del 2025, il governo Orban aveva notificato ufficialmente alle Nazioni Unite il ritiro dallo Statuto di Roma, ovvero il trattato istitutivo della Cpi. Le motivazioni al centro della scelta del leader di Fidesz erano i mandati di arresto emessi dalla corte nei confronti di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu: una disposizione che Orban si rifiutava di ottemperare. La scelta di uscire dal tribunale dell’Aia, era stata annunciata ad aprile 2025, a seguito di una visita del leader israeliano a Budapest.
Una posizione però molto diversa da quella di Magyar, che a fine aprile, poco dopo l’elezione, aveva dichiarato pubblicamente che l’Ungheria avrebbe arrestato il premier di Israele in caso di ingresso nel territorio del Paese: “Al fine di preservare la pace e la sicurezza internazionali e tutelare i diritti umani – aveva dichiarato -, è assolutamente necessario che gli autori dei crimini internazionali più gravi siano chiamati a rispondere delle proprie azioni in un foro giudiziario internazionale”. Netanyahu è ricercato dalla Cpi dal novembre 2024 per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità: gli Stati che aderiscono allo Statuto sono in linea di principio obbligati a eseguire tali mandati.










