No all'intelligenza col nemico. Al Nazareno l'ordine di scuderia suona più o meno così: «Non dobbiamo dare l'impressione che sulla legge elettorale si tratta col centrodestra». La maggioranza schiaccia l'acceleratore per incassare il primo ok al "Melonellum" entro luglio con tempi contingentati? Il fronte progressista è pronto a fare muro: no al «premierato mascherato» travestito da riforma elettorale. Eccolo, il tasto su cui batterà nelle prossime settimane il centrosinistra. Deciso ad agitare lo spauracchio del colpo di mano balneare della maggioranza per blindarsi al potere, peraltro ad alto rischio incostituzionalità a sentire le opposizioni.

E allora, che fare? Sulla strategia da mettere in campo in commissione e in aula i leader si stanno ancora confrontando (sarà ostruzionismo? «Ce lo stanno quasi imponendo», spiegano). L'idea che prende corpo però è quella di lanciare una mobilitazione di popolo. Quel popolo che ha votato No al referendum sulla giustizia assestando un colpo al governo Meloni e che invece non si è ripresentato in massa a sostegno del centrosinistra alle ultime amministrative. Almeno a guardare Venezia. Tra i dem è suonato l'allarme: non possiamo permetterci di disperdere quell'onda di partecipazione, di qui alle Politiche. Bisogna coinvolgere i giovani della "Gen Z". Ecco allora la mossa, tutta in chiave elettorale, caldeggiata con Elly Schlein da diversi dirigenti dem tra cui Andrea Orlando, uno dei leader del "correntone" a sostegno della segretaria. Non trattare sul "Melonellum" né dare l'impressione di farlo. E chiamare a raccolta sulle barricate il popolo del No. Contro il «listone di nominati» del premio di maggioranza fatto di 105 parlamentari tra Camera e Senato, a difesa della Costituzione e della possibilità per i cittadini di scegliere i propri eletti. Se si proverà anche a convocare una piazza fisica è presto per dirlo: mobilitare in estate migliaia di persone su soglie e premi di maggioranza non si annuncia semplice. E già si sono perse le tracce della manifestazione per la pace lanciata dalla segretaria a maggio.Ma la traiettoria è decisa. Si spiega anche così il dietrofront di un big come Dario Franceschini, che inizialmente aveva caldeggiato una trattativa con la maggioranza almeno sul nodo delle preferenze. «Mi pare chiaro che il nuovo testo di legge elettorale, depositato blindato, col calendario accelerato imposto alla Camera, il contingentamento dei tempi, rendano evidente la volontà della maggioranza di approvarsi da sola e in fretta una legge fatta su misura e chiudano ogni spazio di intesa tra avversari», chiude la porta il grande tessitore dem: «Ci opporremo con nettezza e chiarezza».Lo spartito è scritto: il parlamento dovrebbe occuparsi di questioni più stringenti come stipendi, pensioni, prezzi dell'energia, attaccano in coro i dem vicini alla segretaria come Furfaro, Orlando, Sarracino. Stessa risposta che i capigruppo di minoranza in Senato consegnano a Ignazio La Russa, che aveva provato a convocare un tavolo sull'argomento nonostante se ne stia occupando Montecitorio. A metà pomeriggio, anche Giuseppe Conte convoca un punto stampa a Montecitorio e suona la grancassa: «La legge elettorale non è tra le priorità degli italiani. La maggioranza cerca di acconciarsi una legge per perpetuare il potere e rimanere ancora seduta sulle poltrone. Collaborare a questo testo che loro si sono acconciati e confezionati secondo le loro esigenze la vedo assolutamente improbabile».Il nodo primarie Fin qui a sinistra tutti d'accordo. Il problema nasce sul che fare dopo, se il "Melonellum" dovesse uscire indenne dalle aule parlamentari e dal possibile vaglio della Consulta. L'obbligo di indicare il candidato premier mette il centrosinistra alle strette: va individuato il leader. Conte e i 5S continuano a vedere la via maestra nelle primarie, Schlein a dirsi disponibile. Ma tra i dem si fa largo l'ipotesi (o è una speranza?) che il nodo della premiership possa essere sciolto al tavolo di coalizione, dopo l'estate. Accordo che non potrebbe che prevedere l'incoronazione della segretaria. Il ragionamento nel Pd suona così: nel governo giallo-rosso il premier lo faceva Conte perché aveva più voti, in un ipotetico rosso-giallo va da sé che toccherebbe a Schlein. Come si potrebbe giustificare, ci si chiede, uno scenario in cui le primarie le vince Conte e poi il Pd prende il doppio dei voti di M5S alle politiche? In questo quadro, agli alleati andrebbero inevitabilmente delle "compensazioni". A cominciare da una buona fetta dei posti dentro quel "listone" del premio di maggioranza che oggi molti contestano. Ma che un domani potrebbe tornare assai utile.