di

Ruggiero Corcella

Uno studio dell’Università Cattolica mostra che tra i 3 e i 5 anni i bambini attribuiscono preferenze e intenzioni agli sguardi umani, ma non a quelli dei robot umanoidi. I risultati aprono nuove prospettive per la robotica educativa e per gli interventi rivolti ai bambini con disturbo dello spettro autistico

I robot umanoidi vengono progettati sempre più spesso con volti, occhi e movimenti pensati per suscitare empatia negli esseri umani. Modelli come Pepper o Nao, già utilizzati in scuole, ospedali e contesti educativi, hanno fisionomie volutamente rassicuranti: occhi grandi, tratti semplificati, espressioni gioiose, movimenti fluidi della testa e dello sguardo. Eppure, per un bambino piccolo, tutto questo potrebbe non bastare.Uno studio coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano mostra infatti che tra i 3 e i 5 anni i bambini continuano a riconoscere nello sguardo umano qualcosa di profondamente diverso rispetto a quello di una macchina. Anche quando il robot possiede caratteristiche antropomorfe e un comportamento sociale credibile, i piccoli non gli attribuiscono automaticamente desideri, preferenze o intenzioni.La ricerca, pubblicata sulla rivista International Journal of Child-Computer Interaction, ha utilizzato il robot umanoide Robovie, progettato nei laboratori del professor Hiroshi Ishiguro in Giappone e già impiegato in numerosi studi sull’interazione uomo-macchina. Robovie possiede occhi, testa e movimenti orientati a simulare il comportamento umano, ma mantiene elementi meccanici evidenti. Ed è proprio questa ambivalenza, a metà tra persona e macchina, che sembra fare la differenza nella percezione infantile.