La politica europea verso la Cina sta entrando in una fase in cui la variabile decisiva non è più soltanto la direzione strategica di Bruxelles, ma la paura delle conseguenze economiche che quella direzione potrebbe generare. Una serie di episodi recenti suggerisce un pattern sempre più evidente: la semplice anticipazione di possibili ritorsioni da parte di Pechino sta già influenzando – e in alcuni casi paralizzando – la capacità dell’Unione europea di definire una linea coerente sul de-risking.

Tre vicende mostrano con chiarezza questo meccanismo.

La prima riguarda la revisione del quadro europeo sulla cybersecurity e la proposta di ridurre o escludere progressivamente fornitori considerati «ad alto rischio» dalle reti di telecomunicazione, in particolare i fornitori Huawei e Zte, leader del 5G. La Commissione europea, che oggi si riunisce con la Cina in cima all’agenda, spinge per rafforzare il controllo sui rischi legati a dipendenze tecnologiche da attori esterni, arrivando a ipotizzare un maggiore coordinamento europeo sulle decisioni nazionali. Ma proprio qui emerge la prima frattura. Come raccontato da Bloomberg, Germania e Spagna guidano l’opposizione a un approccio centralizzato. Il punto non è solo tecnico o regolatorio: entrambi i Paesi temono che una restrizione esplicita a livello europeo possa provocare una reazione economica da parte di Pechino, con conseguenze dirette su export, investimenti e accesso al mercato cinese. In altre parole, la sicurezza delle reti viene subordinata al rischio di ritorsione commerciale.