Da quasi un mese a La Paz non entra cibo, non entrano medicinali, non entra carburante. I mercati sono vuoti, gli ospedali dichiarano lo stato di emergenza per l’esaurimento delle riserve di ossigeno liquido. Quattro persone sono morte perché le ambulanze non riuscivano a passare – l’ultimo è un bambino di 12 anni, bloccato durante il trasporto verso Oruro. Il poco cibo rimasto viene venduto a prezzi fuori dalla portata di chi vive di stipendio, e in città si vedono già persone cercare nei cassonetti della spazzatura.

Nel mentre, il centro di La Paz è teatro di scontri anche molto violenti: i manifestanti lanciano pietre, petardi e candelotti di dinamite contro la polizia, che risponde con mezzi militari, robot “artificieri”, cariche e gas lacrimogeni. Se si volesse indicare una data di inizio della crisi, sarebbe l’1 maggio 2026, quando la Central Obrera Boliviana ha lanciato lo sciopero generale indefinito. Ma il risentimento sociale covava già da un pezzo.

IL PRESIDENTE RODRIGO PAZ, candidato del Partito democratico cristiano, si è insediato l’8 novembre 2025 ponendo fine a vent’anni di governi del Movimiento al Socialismo. La situazione in cui versava il paese non era propriamente rosea: nel 2025 il Pil si è contratto dell’1,58%, l’inflazione ha chiuso l’anno al 20,4% e gli organismi multilaterali proiettano per il 2026 un’ulteriore contrazione fino al 3,3%, in un contesto in cui circa l’85% della popolazione lavora nell’informalità.