La guerra in Tigray (2020-2022) ha lasciato città distrutte, centinaia di migliaia di morti, ospedali collassati, campi abbandonati e una delle più gravi crisi umanitarie africane degli ultimi decenni. Oggi nel paesaggio del dopoguerra emerge anche altro: la corsa all’oro. Nelle aree minerarie del nord dell’Etiopia si stanno moltiplicando miniere artigianali, piste clandestine, checkpoint militari e reti di contrabbando transfrontaliero. Ex combattenti, gruppi armati, intermediari commerciali regionali legati a Sudan ed Eritrea, investitori stranieri vicini agli Emirati Arabi Uniti e apparati militari partecipano a un’economia estrattiva che cresce proprio dentro le macerie lasciate dal conflitto.

I SEGNI DELLA GUERRA e quelli dell’estrazione finiscono così per sovrapporsi. Alle infrastrutture distrutte dal conflitto si affiancano nuove miniere informali, aree controllate militarmente e rotte clandestine del commercio aurifero. In molte zone i crateri lasciati dai bombardamenti sembrano essere stati sostituiti da quelli dell’economia estrattiva.

Secondo diverse inchieste giornalistiche e analisi, il boom dell’oro nel Tigray non è soltanto una risposta economica alla devastazione della guerra. Sta contribuendo a ridefinire gli equilibri politici, militari e territoriali della regione, alimentando nuove tensioni tra il governo etiope, le autorità tigrine e l’Eritrea.