Genova - «La polizia quand’è in piazza ha una serie di compiti da svolgere, non uno soltanto, e tutto dipende da come viene vista. Non dovrebbe identificarsi con una parte, la legge protegge tutte le parti e la situazione si complica quando gli agenti sono individuati come una fazione contro cui si protesta, o che comunque agisce per conto di altri, in contrasto». Enrico Zucca, procuratore generale di Genova e in passato pm dell’inchiesta sui pestaggi dei poliziotti nella scuola Diaz al termine del G8 nel luglio 2001, lo ha ribadito mercoledì sera dopo la proiezione al cinema Sivori del documentario “The dialogue police”, evento organizzato dall’Ordine ligure dei giornalisti nell’ambito delle iniziative a 25 anni dal summit genovese.La pellicola descrive la squadra speciale creata in Svezia dopo gli scontri di Goteborg sempre nel 2001, preludio in scala ridotta di quel che accadde pochi mesi più tardi a Genova. Quel pool ha tuttora il compito di mediare davanti a potenziali conflitti di piazza, e conclusa la visione del film si è svolto un dibattito sul tema.«La tendenza - insiste Zucca - è peggiorata. Siamo in un contesto regressivo rispetto a valori come la libertà di manifestare, che presuppone conflitto se è nell'ambito della legge». Il magistrato è rimasto ancorato a un tema generale e però nodale, rimarcando come si rischi d’andare in tilt se la polizia è percepita quale proiezione di fatto del livello politico o comunque ministeriale. «Nel documentario - ancora il pg - si vede chiaramente che i poliziotti difendono la libertà di tutti. E quando a uno di loro viene chiesto come la pensa, non lo dice perché non vuole essere "percepito". Eppure un’altra sequenza ci mostra lui e i suoi colleghi che vanno a votare, quindi è evidente che ciascuno abbia le proprie convinzioni politiche. L’autonomia che la polizia dovrebbe rivendicare è quella tecnica» e a stretto giro entra di nuovo sui concetti espressi in apertura: «Se affronta la piazza nella logica militare d’un nemico da scovare diventa un bersaglio, se va in strada per tutelare le manifestazioni no».Ma i poliziotti italiani, dopo il G8 di Genova di cui ricorrono a brevissimo i 25 anni, hanno ripensato il proprio lavoro come i colleghi svedesi? «Non sappiamo quanto la polizia abbia riflettuto al suo interno, ancora oggi è un corpo impenetrabile e poco trasparente». A stretto giro il richiamo a un fatto avvenuto molto più tardi e sempre nel capoluogo ligure, gli scontri dopo la protesta degli antagonisti in piazza Corvetto per un comizio di CasaPound, durante i quali gli agenti pestarono a sangue pure un cronista (era il 23 maggio 2019). «Quei fatti si potevano evitare? C’erano 13 fascisti e una piazza piena...». Non manca una critica abbastanza esplicita ad alcune scelte recenti della Procura: «Se contesta come reato l’associazione a delinquere finalizzata alla resistenza (è accaduto nell’ambito di un’indagine ormai quai chiusa, ndr), offre una lettura della piazza su cui dobbiamo riflettere...»In platea è presente la questora Silvia Burdese, che tuttavia non rilascia dichiarazioni per questioni d’opportunità, poiché la serata richiama i 25 anni dal G8. Eppure, proprio riallacciandosi a quei giorni, è la pm Patrizia Petruzziello, presente tra il pubblico e titolare ai tempi delle indagini sulle torture nella caserma di Bolzaneto, a offrire una riflessione amara e al contempo incisiva: «Il clima nel quale conducemmo l’inchiesta era pesantissimo. Ma oggi i magistrati più giovani non chiedono che cosa rappresentarono quei procedimenti o come li vivemmo».
Verso i 25 anni dal G8, il procuratore generale Zucca: “La polizia evita disordini solo quando non sembra schierata”
L’intervento dopo la proiezione di un film su una squadra speciale creata in Svezia per trattare con la piazza. La pm Petruzziello: “I giovani magistrati disin…






