Che cosa emerge dal rapporto Anvur sulla qualità della ricerca universitaria italiana presentato il 28 maggio. L'intervento dell'economista Chiara Oldani
È stato presentato oggi a Roma il rapporto sulla valutazione della qualità della ricerca (VQR) italiana per il periodo 2020-2024. L’esercizio di valutazione è gestito dall’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Ricerca (Anvur) che definisce i tempi e offre i sistemi informatici di supporto, insieme al Ministero dell’Università. Il Governo Meloni è recentemente intervenuto per modificare la governance dell’agenzia, sollevando non poche critiche.
La ricerca nel nostro paese viene prodotta in gran parte in forma di articoli su riviste specializzate, libri e brevetti, sia nell’Università che nei centri di ricerca specializzati. Dall’inizio di questo esercizio di valutazione (nel lontano 2014) sono rimasti stabili gli attori del sistema (numero di Atenei, centri di ricerca), ma sono aumentati a dismisura i prodotti che devono essere valutati dagli esperti (da 1 a 4 per ogni strutturato). Questo ha rallentato molto il processo, senza aumentarne l’efficienza o l’efficacia.
Dai risultati statistici presentati nel rapporto è chiaro, infatti, che se ogni strutturato presentasse 1 solo prodotto di ricerca, il migliore, il risultato statistico non cambierebbe. Nel rapporto VQR si evince che gli Atenei grandi hanno maggiori risorse, riescono a produrre più risultati e che la gara italiana alla pubblicazione ha delle gravi distorsioni. La qualità della ricerca si valuta sull’impatto del contributo, sulla reputazione della rivista o dell’editore e sull’originalità. Questi criteri non sono però alla base del sistema di progressione di carriera nell’Università, per cui in molti settori scientifici la qualità della ricerca dei docenti che hanno avuto una promozione è addirittura minore di quella dei docenti che non l’hanno avuta.











