di Marta Blumi Tripodi
C’è una Milano davvero cosmopolita attorno alle discoteche. Dove una volta danzavano solo gli afrodiscendenti, ora si mescolano giovani di tutti i Paesi e di tutte le culture, attratti da sonorità che fondono la musica tipica dell’Africa all’hip-hop e al R&B. Storia di Addes, Tommy, Wado, Momo... Cronaca di una serata che è una sfida fra i migliori
Nel 2015 Addes Tesfamariam — nata a Milano da genitori eritrei, oggi advisor per l’assessore alla cultura di Palazzo Marino, Tommaso Sacchi — aveva deciso di trasferirsi all’estero. «Avevo trent’anni e sentivo che qui non c’era spazio per quelli come me» ricorda. «Volevo vivere in un luogo più inclusivo, dove i giovani afrodiscendenti potessero sentirsi davvero orgogliosi ed emancipati». Dopo quattro anni in Olanda, però, aveva scelto di dare un’altra possibilità al suo paese, rientrando in Italia. «E sono rimasta piacevolmente colpita. Il cambiamento si percepisce soprattutto nelle piccole cose. Ad esempio, ci sono discoteche piene di ragazzi neri che ballano afrobeats insieme agli amici bianchi. Un tempo sarebbe stato impossibile».
Per chi frequenta la vita notturna milanese è facile rendersene conto: è giovedì sera e la zona intorno a corso Como offre un’ampia scelta di discoteche, ma la fila più lunga è per Shakara, un evento che prevede una selezione di musica africana contemporanea e un concorso per il miglior ballerino, con un primo premio di 1.000 euro. In pista bianchi e neri, ventenni e quarantenni, italiani (nel senso di persone cresciute qui) e stranieri (nel senso di persone residenti all’estero). Al bancone del bar si parla italiano, inglese e francese, con qualche accenno di slang nigeriano, ormai entrato nel vocabolario dei fan. Le sonorità afrobeats nascono infatti a Lagos, capitale del paese fino al 1991 e oggi centro nevralgico dell’industria culturale africana: è lì che fanno base le più importanti case discografiche e gli artisti che hanno sbancato le classifiche planetarie, come Rema, Burna Boy, WizKid, Davido o Shallipopi (che suonerà a Milano il 22 maggio). «Non a caso spesso viene confuso con l’afrobeat di Fela Kuti, il genere che negli anni ‘70 ha reso grande la Nigeria, perché hanno radici comuni» spiega Tommy Kuti, 36 anni: non è parente di Fela, ma anche lui ha origini nigeriane, pur essendo cresciuto in provincia di Mantova. «Di fatto si tratta di una fusione tra i suoni tipici dell’Africa, l’hip hop e l’R&B. Il risultato è una musica solare, positiva: è impossibile ascoltarla stando fermi».










