«Non ci sia più niente da difendere». È la formula scelta da Giorgia Meloni per spiegare, in diretta su Mattino Cinque, il senso della mossa italiana a Bruxelles: chiedere per l'emergenza energetica la stessa flessibilità di bilancio già concessa alla difesa. Non una rinuncia alla sicurezza militare — la premier ci tiene a precisarlo — ma un rifiuto dell'idea che quella possa essere presentata come l'unica priorità assoluta, mentre famiglie e imprese fanno i conti con bollette instabili e una crescita ancora fragile. «Se non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese, rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione», ha detto la presidente del Consiglio, aggiungendo che «bisogna cercare un equilibrio». Sull'interlocuzione con Bruxelles, ha glissato con cautela: «Vedremo come andrà avanti questo dibattito».
C'è un punto in cui la geopolitica smette di essere materia da summit internazionali e diventa una voce secca nel bilancio domestico: quando una crisi a migliaia di chilometri di distanza arriva sulla bolletta, sul prezzo del carburante, sul costo di produrre acciaio, ceramica, pane. È da qui che Meloni ha scelto di ripartire, saldando in un'unica narrazione la guerra economica, la sicurezza europea e la tenuta sociale interna. Un messaggio ribadito anche all'assemblea di Confindustria il 26 maggio: «La difesa è libertà», ma senza aiutare famiglie e imprese «non rimane nulla da difendere».











