Non esiste l’auto economica, è vero. Esiste solo l’auto cara, l’auto carissima, l’auto che ha smesso di essere un bene di consumo per diventare un investimento, un piccolo dramma familiare, una decisione da ponderare come se si trattasse di cambiare casa. Il prezzo medio di un’auto venduta in Italia - considerando sconti e promozioni - è di ventottomila euro. Un numero che racconta la fine di un’epoca. Quella in cui la macchina nuova era, se non un diritto, almeno una possibilità ragionevole per chi lavorava. E allora si va sull’usato. Ma l’usato italiano, nella sua stragrande maggioranza, non è un’occasione: è un rinvio. È l’auto che ha già vissuto la sua vita, che ha già fatto troppi chilometri, che ha già respirato l’aria di un altro decennio. Il settanta per cento delle vetture di seconda mano vendute in Italia nei primi tre mesi del 2026 aveva più di sei anni, la metà ne ha più di dieci, ossia un’auto che ha oltre 100 mila km se a benzina e circa 150 mila se diesel. Così l’età media del nostro parco circolante è tredici anni e sale, sale, sale, soprattutto dove il reddito è più basso. Al Sud si sfiorano i quindici anni. Parliamo di sicurezza stradale, di transizione ecologica, di auto elettriche, di connettività, di intelligenza artificiale al volante. E intanto guidiamo carrette che fumano, che consumano, che ogni tanto si fermano. Il futuro, quello vero, è appannaggio di chi può permettersi di cambiare macchina prima che diventi vecchia. Per tutti gli altri resta il passato: rumoroso, inquinante, pericoloso, ma ancora in grado di portare i figli a scuola e di fare la spesa. È l’Italia di sempre, solo un po’ più stanca: annuncia rivoluzioni e si arrangia con quello che ha. Ecco perché servirebbero incentivi per spingere le vendite di vetture usate giovani e con pochi km: è l’unica strada, concreta, per svecchiare il parco auto circolante.
Puntare sull’usato, una scelta obbligata
Non esiste l’auto economica, è vero. Esiste solo l’auto cara, l’auto carissima, l’auto che ha smesso di essere un bene di consumo per diventare un investimento, un piccolo dramma familiare, una decisione da ponderare come se si trattasse di cambiare casa. Il prezzo medio di un’auto venduta in Italia - considerando sconti e promozioni - è di ventottomila euro. Un numero che racconta la fine di un’epoca. Quella in cui la macchina nuova era, se non un diritto, almeno una possibilità ragionevole per chi lavorava. E allora si va sull’usato. Ma l’usato italiano, nella sua stragrande maggioranza, non è un’occasione: è un rinvio. È l’auto che ha già vissuto la sua vita, che ha già fatto troppi chilometri, che ha già respirato l’aria di un altro decennio. Il settanta per cento delle vetture di seconda mano vendute in Italia nei primi tre mesi del 2026 aveva più di sei anni, la metà ne ha più di dieci, ossia un’auto che ha oltre 100 mila km se a benzina e circa 150 mila se diesel. Così l’età media del nostro parco circolante è tredici anni e sale, sale, sale, soprattutto dove il reddito è più basso. Al Sud si sfiorano i quindici anni. Parliamo di sicurezza stradale, di transizione ecologica, di auto elettriche, di connettività, di intelligenza artificiale al volante. E intanto guidiamo carrette che fumano, che consumano, che ogni tanto si fermano. Il futuro, quello vero, è appannaggio di chi può permettersi di cambiare macchina prima che diventi vecchia. Per tutti gli altri resta il passato: rumoroso, inquinante, pericoloso, ma ancora in grado di portare i figli a scuola e di fare la spesa. È l’Italia di sempre, solo un po’ più stanca: annuncia rivoluzioni e si arrangia con quello che ha. Ecco perché servirebbero incentivi per spingere le vendite di vetture usate giovani e con pochi km: è l’unica strada, concreta, per svecchiare il parco auto circolante.








