Siamo abituati a sentir parlare di “crisi dell’occidente”, un’espressione elastica dentro cui si tende a far rientrare dinamiche varie – il declino dell’influenza geopolitica, le difficoltà economiche, il calo demografico, la polarizzazione politica, la sfiducia nelle istituzioni – e posti distanti tra loro, dagli Stati Uniti all’Europa fino all’Australia. Per quanto sia possibile e utile individuare tendenze comuni, usare l’idea di “occidente” come un blocco omogeneo finisce spesso per appiattire realtà molto diverse, rendendo difficile capire la natura specifica delle varie crisi e la loro reale gravità.
Gli Stati Uniti vivono una condizione particolare rispetto a gran parte degli altri paesi occidentali: l’economia cresce rapidamente, la disoccupazione resta bassa, i salari aumentano e il paese continua ad accumulare ricchezza. Eppure gli statunitensi si dichiarano sempre più infelici.
È il paradosso da cui parte l’analisi dell’economista Sam Peltzman, secondo cui dopo la pandemia di covid il livello di felicità negli Stati Uniti è precipitato in modo improvviso e senza precedenti storici. I sondaggi raccontano un paese depresso, pessimista e sfiduciato.
Questa distanza tra i dati e la percezione collettiva negative spinge da tempo esperti e commentatori a cercare una spiegazione. Su Substack Derek Thompson ha scritto che le ipotesi avanzate sono diverse e tutte abbastanza condivisibili, ma nessuna del tutto convincente. C’è chi attribuisce il malessere al declino della religione e all’avanzata del secolarismo individualista: una società che rinuncia al senso di comunità insito nella religione e meno spirituale sarebbe inevitabilmente più fragile. Ma il processo di secolarizzazione negli Stati Uniti va avanti da decenni, mentre il crollo della felicità è improvviso e coincide con il 2020.






