Lisbona, 1974
Júlio Craveiro dos Santos aveva appena festeggiato il dodicesimo compleanno della sua unica figlia, Laura, quando il telefono squillò e la notizia lo raggiunse. Stava per essere spedito a Timor per assistere Mário Lemos Pires nel processo di decolonizzazione del paese. «Te l’ho detto, Dio non dorme mai», gli disse Lena, sua moglie. Sei mesi prima, quando un gruppo di soldati in Portogallo aveva organizzato un colpo di stato contro il regime al potere, Júlio aveva deciso di stare dalla parte di Marcelo Caetano. Ma dopo che l’ex primo ministro fu preso sotto custodia militare e mandato sull’isola di Madeira, Júlio iniziò a temere per il proprio destino. La rivoluzione era scoppiata. Se anche non l’avessero processato, avrebbe comunque perso il lavoro. Soldati che amavano definirsi rivoluzionari sarebbero stati mandati nel suo ufficio e gli avrebbero indirizzato un’occhiata scettica prima di rimpiazzarlo rapidamente con qualche altro burocrate che, guarda caso, si definiva a sua volta rivoluzionario. Ma se anche non l’avessero licenziato (ipotesi piuttosto improbabile) sarebbe comunque stato costretto a lavorare con un gruppo di rivoluzionari ostili, che lo avrebbero sempre considerato un nemico. In sostanza, dopo la rivoluzione, non importava in quale direzione Júlio avesse cercato di orientare il corso della propria vita, perché si rendeva conto che tutte le strade gli erano precluse, tutto portava in un vicolo cieco e miserabile.








