Durante l’ultimo Salone del libro di Torino l’editore Laterza ha lanciato il sondaggio “Un libro che ha cambiato la tua vita”, e al primo posto si è classificato Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, che è stato capace di sbaragliare Umberto Eco e Marcel Proust, Fëdor Dostoevskij e Gabriel García Márquez. Per capire le ragioni della vittoria di questo che appare il più classico tra i classici, può tornare utile soffermarsi su ciò che potremmo definire il suo assoluto narrativo. Per assoluto narrativo intendo un nucleo d’azioni precise che muovono i protagonisti della letteratura universale. Ne Il conte di Montecristo l’assoluto narrativo è la vendetta: un uomo subisce un’ingiustizia e trascorre il resto della sua vita tentando di vendicarla. Chi non ha subito un’ingiustizia? E chi, avendola subita, non ha provato con tutte le sue forze a cercare una ribellione nella vendetta? Tuttavia, Il conte di Montecristo smette di essere una storia universale - una situazione piuttosto comune, per non dire prosaica, in cui tutti possono riconoscersi - nel momento in cui il protagonista del romanzo, il giovane marinaio Edmond Dantès, rinviene il tesoro grazie al quale può dar seguito ai suoi progetti di vendetta. L’architrave del libro, tutta quanta la sua peculiarità romanzesca, è data dall’espediente del tesoro. Ed è abbastanza incredibile sapere che Dumas, e tutti i lettori insieme a lui, debbano a un singolo elemento l’intera esistenza, oltre che l’intima godibilità, di un libro fluviale che, nella migliore tradizione del romanzo d’avventura (anche se Il conte di Montecristo non corrisponde a una sola tipologia narrativa), è pieno zeppo di personaggi, sottotrame, intrighi, false piste e colpi di scena. A fine lettura, è curioso fare questo gioco: togliamo il tesoro, e tutto crollerà: rimettiamo il tesoro al suo posto, e tutto tornerà a tenersi. Impossibile non citare almeno due autori ottocenteschi che hanno trafficato con tesori nascosti almeno quanto Alexandre Dumas: Emilio Salgari e Robert Louis Stevenson. Non importa se L’isola del tesoro (1883) e Il corsaro nero (1898) siano venuti dopo Il conte di Montecristo. Anzi, importa eccome: un classico è quel libro che non solo ha il passato ma sa appropriarsi anche del futuro. Noi comuni mortali, persone vere, subiamo un’ingiustizia e tentiamo una vendetta, ma raramente abbiamo la fortuna sfacciata di trovare un tesoro. Questa è la differenza capitale tra noi e il personaggio romanzesco Edmond Dantès. Ed è anche il motivo principale per cui siamo noi a leggere lui (e non viceversa), perché attraverso di lui riusciamo a compiere quella vendetta che nella vita vera, nella cosiddetta realtà, non potremmo mai compiere.
L’eterno fascino di Montecristo: Dumas e il capolavoro che arriva da un tempo irriproducibile
Gli scrittori non sottostavano agli editor, che incarnano la malattia della nostra letteratura








