L’offensiva israeliana in Libano, oltre al gravissimo bilancio di vittime e alla distruzione su vasta scala, produce anche effetti di lungo periodo: tra questi, l’interiorizzazione del conflitto e una crescente vulnerabilità degli operatori umanitari.
Negli ultimi anni il settore degli aiuti umanitari internazionali in Libano sta attraversando una trasformazione profonda, nel contesto degli attacchi israeliani iniziati nell’autunno del 2023 e inseriti in una storia politica segnata sin dal 1978, con l’Operazione Litani e l’avvio dell’occupazione militare del sud del Paese. Non si tratta soltanto di una crisi di finanziamenti o di adattamenti operativi. È la struttura relazionale e morale del sistema umanitario – chi è più esposto alla violenza, chi può partire e chi è costretto a restare – a essere rimodellata dalla guerra.
STORICAMENTE, l’umanitarismo internazionale ha operato mantenendo una distanza fisica, morale ed economica dalle popolazioni assistite in contesti considerati insicuri. Gli operatori occidentali hanno spesso vissuto in spazi separati, talvolta in veri e propri compound, alimentando critiche a un approccio percepito come distaccato e poco radicato nella realtà locale. Oggi questa distanza non scompare, ma si riconfigura: la guerra penetra sempre più negli spazi dell’umanitarismo occidentale.









