Settembre, andiamo. È tempo di riformare. Può essere riformulato così l’incipit de I miei pastori di Gabriele d’Annunzio, allorché sempre più pressante è divenuto l’interesse governativo verso la scuola. Generalmente parlando, questa attenzione deve essere giudicata positivamente, in quanto evidenzia la capacità prospettica di investire tempo ed energie nei giovani.
Sicuramente, indica il modello di società che un governo ha in mente: riformare la scuola, infatti, implica trasformare i futuri che le nuove generazioni riterranno pensabili e, perciò stesso, applicabili. Una domanda, dopo questo ragionamento, sorge perciò spontanea: a quale tipo di futuro le attuali riforme sembrano preludere? La risposta impone uno sguardo complessivo a tutte le più recenti misure governative.
Educazione bene pubblico, rompere la logica dei bandi
Partiamo quindi dal marzo 2025, e dalla pubblicazione delle bozze per le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo. Suscita scalpore la presenza – sia pure per poche ore a settimana – del latino. La sua introduzione è stata presentata come un asset soprattutto per gli studenti stranieri, in quanto dovrebbe aiutarli a comprendere meglio le strutture della lingua italiana, e quindi, a integrarsi.








