Combattivo, instancabile, visionario nella fede nel bene che lo sta portando a realizzare il suo ultimo lascito, la Collina dei popoli, la comunità d’accoglienza che recupererà l’ex Città dei ragazzi in strada Traforo del Pino. Ieri don Mario Foradini ha tagliato il traguardo dei novant’anni, restando quello che Torino ha imparato a conoscere attraverso le sue parole spesso controcorrente, a volte dirompenti nella loro sincerità. Don Foradini, novant’anni e ancora parroco a San Secondo, il decano di Torino. Lo avrebbe mai detto? «Sinceramente no. Perché io vivo giorno per giorno, seguendo il “dacci oggi il pane quotidiano”. Perché l’oggi è l’unico tempo che abbiamo». Quando è nata la sua vocazione? «Lo ricordo come fosse oggi: il 31 marzo del 1955 alle 16,20, nella chiesetta dei missionari della Consolata in corso Ferrucci. Io ho studiato da perito tessile, ma il Signore mi ha detto “tu devi fare il prete”». Una vocazione che ha mai vacillato? «No, sono un uomo fortunato. “Beati quelli che credono”, e io l’ho sperimentato in tutta la mia vita. Sono nato in Barriera di Milano, in via Lauro Rossi, poi ho studiato al Guarini, sono andato in seminario a Rivoli, ha fatto il viceparroco per quattro anni a Santa Croce in corso Belgio e altri dodici a Sant’Anna e da mezzo secolo sono qui a San Secondo». Sessantasei anni da prete: come ha visto cambiare la sua Torino? «Questa era e resta una città meravigliosa, ma purtroppo ancora conosciuta da pochi, perché Torino ha una dimensione che sfugge all’apparenza. Eppure io credo che resti la vera capitale d’Italia: lo dico da ignorante, qui c’è una grande intelligenza, l’85% delle cose intelligenti che ci sono oggi nel nostro Paese sono nate qui». Qual è stato il periodo più difficile? «Sicuramente il terrorismo, le Brigate Rosse le ricordo come una grande paura sociale e politica. E poi la droga: dal 1971 in avanti ha fatto una strage. Io sono molto amico di don Ciotti ed entrambi concordiamo su un punto: sulla droga non si dice la verità. Il consumo è enorme, ma avviene tra le classi ricche e non tra i poveri. Tutto resta sotterraneo, nascosto da una falsità che copre. E questo vale in tutti i campi, nella politica, nella società, nell’economia. A Torino quello che conta è il non detto». La preoccupa vedere sempre meno vacazioni, le chiese sempre più vuote? «Tutto si tiene insieme: questo accade perché forse a livello inconscio, non per cattiveria, la nostra città ha messo la scienza e la tecnica al posto della fede e della coscienza, credendo che i problemi umani si risolvano così. Ma non è vero». Allora che futuro si augura? «Bella domanda. Per cambiare Torino bisogna cambiare il suo cuore. E smettere di dire che ciò che conta è solo la testa. L’intelligenza deve essere al servizio del cuore. Senza amore, lo studio diventa orgoglio ingovernabile. Lo dico da sempre: nelle grandi istituzioni culturali si insegna solo il primato dell’intelligenza. Ma dobbiamo ricordarci che, come diceva Papa Francesco, l’uomo è fatto di tre dimensioni: la mente, il cuore e le forze. Se uno studia e poi non cresce nell’amore, a cosa sono serviti i suoi sforzi?». È questo il male di Torino? «Penso proprio di sì. Ma questa è anche una condizione che può annunciare una nuova speranza. Bisogna che gli uomini, i nostri concittadini, capiscano che solo il cuore può trasfigurare il falso primato dell’intelligenza. Capire che l’amore è il nostro segreto più intimo, che dà la luce, la forza, la gioia, la creatività». In questo senso, la Collina dei popoli, la cittadella dell’accoglienza che vuole recuperare la Città dei giovani in strada Traforo del Pino, vuole essere un esempio? «Vuole essere un segno di speranza, la dimostrazione concreta che il bene fa il bene e che con il bene il cuore riparte. Che poi è tutto quello di cui abbiamo bisogno». Se la sente di lanciare un monito ai suoi concittadini? «Voglio condividere con loro una frase di Sant’Agostino: “Oh Signore, ci hai fatti per te. E il nostro cuore inquieto ti chiede il riposo eterno”. Lo diceva anche don Bosco: Dio ci ama, ci vuole felici e vuole darci la sua felicità. Però la felicità possiamo riceverla solo facendo il bene, non studiando di più. Il migliore non è il primo della classe, ma quello che sa aprire il proprio cuore». A novant’anni che eredità pensa di lasciare? «Una domanda che non mi pongo, perché è il Signore che vede e provvede. Poi io sono figlio di contadini, e so che con il Padre Eterno si ragiona a bocce ferme». Non ha mai pensato di prendersi un po’ di meritato riposo, di andare in pensione? «Il riposo? Non so cosa sia: chi fa del bene non conosce il significato di questa parola. E pensione è per me solo un termine giuridico. Chi ama non va mai in pensione». Ha paura di morire? «No, no, no. La morte è il momento di massima felicità perché ti permette di incontrare quel Dio che vuole darti la sua, di felicità. Che è la più grande di tutte». Come se lo immagina il paradiso? «Di gran lunga migliore di tutti i paradisi fatti dagli uomini». E l’inferno? «Il luogo della non-conoscenza, che è diversa dall’ignoranza, il luogo dove l’uomo materiale, forse non per colpa sua, non comprende le cose dello spirito». L’ultimo progetto di don Foradini è anche il più ambizioso: insieme con l’architetto Dario Di Camillo vuole recuperare la Città dei ragazzi, la comunità di accoglienza fondata nel dopoguerra da don Giovanni Battista Arbinolo in strada Traforo del Pino, e trasformarla nella Collina di tutti i popoli, un villaggio solidale di 13 mila metri quadri per l’accoglienza di famiglie, soggetti fragili, madri carcerate con i loro figli in un inedito esperimento di mix socio-culturale sul modello del parco Gaudì di Barcellona. Una cittadella che si articolerà su dieci edifici e una chiesetta dedicata al piccolo Ismael, il bambino tragicamente scomparso in un incidente di moto. Costo del progetto, 8 milioni di euro: chi volesse conoscerlo meglio può contattare il 345.7783940 o il 348.9277483 —
Don Mario Foradini: “Per i miei novant’anni prego perché Torino riscopra il suo cuore”
Il compleanno del decano dei parroci: «Questa è la città più intelligente d’Italia, ma la scienza e la tecnica senza l’amore non risolvono i problemi dell’uomo»










