Pubblicato il: 27/05/2026 – 12:20

Il film Michael riporta al centro della scena una storia che per anni è stata ridotta a gossip o a stranezza. Ma guardata da vicino, è qualcosa di profondamente umano. Bubbles non è solo una scimmia, umanizzata. Bubbles, lo scimpanzé più famoso del mondo, e quella non è una semplice eccentricità: è una chiave di lettura potente della vita emotiva del Re del Pop.È il simbolo di un bisogno universale: trovare qualcuno che resti, che non giudichi, che non chieda di cambiare per essere amati. Perché, come ci ricorda ancora Bowlby, “l’attaccamento è la base della sicurezza da cui si può esplorare il mondo”.Bubbles, ancora cucciolo entra a far parte della vita di Michael Jackson negli anni Ottanta, diventando presenza costante: partecipava a eventi ufficiali, compariva negli studi di registrazione, dormiva in una culla nella camera del cantante, mangiava a tavola con lui e condivideva gli spazi più intimi della sua quotidianità.Ma ciò che colpiva non era solo la presenza dell’animale, bensì il modo in cui veniva trattato: non come animale, ma come essere umano.E qui si apre un aspetto interessante e non poco comune a livello psicologico: L’UMANIZZAZIONE SENZA GIUDIZIO. In psicologia, l’umanizzazione degli animali può essere letta come una forma di proiezione: attribuire all’altro qualità, emozioni e ruoli umani per costruire una relazione più controllabile e prevedibile. Nel caso di Jackson, Bubbles sembra incarnare una funzione molto specifica: non giudica, non pretende, non abbandona, non mette in discussione l’identità dell’altro.In altre parole, rappresenta una relazione “sicura” nel senso più profondo del termine.Una relazione che, forse, Michael non aveva potuto sperimentare pienamente nell’infanzia.