Una biografia celebra i cento anni dell'intellettuale che, lontano da posizioni ideologiche, intuì i pericoli della modernitàdi Roberto Tortoramercoledì 27 maggio 20263' di letturaIn un’intervista ad Alfredo Cattabiani, un geniale irregolare della cultura italiana, Umberto Eco affermò, nel 1981, che uno dei suoi saggi più famosi, Apocalittici e integrati, era nato «come reazione» ad Eclissi dell’intellettuale, il volume del 1959 con cui un altro irregolare di genio, Elémire Zolla, si era fatto conoscere nel mondo intellettuale all’inizio. «Il suo orgoglio e disdegno di intellettuale tradizionalista», secondo Eco, gli aveva infatti impedito «di capire alcuni fenomeni» della società e della cultura contemporanea.Giudizio legittimo ma parziale quello di Eco, solo se si pensi che il primo capitolo di Uscite dal mondo, uno dei più importanti libri di Zolla, che è del 1992, si apre con un capitolo dedicato alla rivoluzione creata dai computer e dall’avvento di una realtà virtuale che, nei suoi sviluppi, avrebbe potuto finalmente mostrare ai più «la natura illusoria di ogni realtà». Un tema questo che farà da leit-motiv all’ultima fase della produzione di Zolla, come ci ricorda Rodolfo Sideri in un appassionante profilo dello scrittore e pensatore nato a Torino giusto cento anni fa, il 9 luglio 1926: Dell’antico futuro. Tradizione e metafisica in Elémire Zolla (prefazione di Hervé A. Cavallera, Settimo Sigillo, pagine 155, euro 19).Zolla apparteneva a quella schiera di intellettuali, come ci ricorda Sideri, considerati “di destra” (penso a un Giuseppe Berto o a un Indro Montanelli) ma che in verità erano solo liberi dagli schemi e stilemi di pensiero della cultura “di sinistra” dominante, amati da un ampio pubblico e con un certo successo editoriale ma che non avevano nessuna influenza e semplicemente ignorati dai circoli ove si esercitava il potere culturale nazionale. Eppure, molto pensiero di Zolla, come certifica rigorosamente il libro, nasceva proprio dalla critica della società di massa e della cultura banalizzata dei media che era stata propria della Scuola di Francoforte. E, proprio come Horkheimer e Adorno, egli individuava nell’illuminismo, nella sua interna “dialettica”, l’origine delle patologie contemporanee della cultura, e non solo, cioè in ultima analisi la perdita del sacro e dei valori e l’indifferenza per le questioni concernenti il senso ultimo delle cose e il mistero della vita. Un eccesso di luce ci ha fatto così piombare nell’oscurità, così come la volontà di liberarci da ogni catena ci ha incatenati a quelle dell’effimero e del contingente.Zolla si fa critico così, come tanti altri “tradizionalisti”, dei miti della modernità: il progressismo, la democrazia, il dirittismo, fino al politicamente corretto, di cui come è documentato nelle pagine del libro egli si fa profeta e accusatore al tempo stesso. Lo fa non per restaurare o rimpiangere antichi valori, su questo Sideri è chiaro, ma per richiamare al senso unitario delle cose del mondo, ove ogni divisione è opera del diavolo e diabolica, che etimologicamente significa dividente, può dirsi la nostra epoca che ha smarrito più di altre il senso del tutto.L’universo di Zolla diventa così quello dei simboli, cioè sempre etimologicamente di “ciò che lega”, delle metafore, del ragionare per analogie piuttosto che per logiche e astratte inferenze, del procedimento anagogico, cioè teso a trovare un senso che va oltre il primo e più banalmente evidente che è proprio della nostra quotidianità.
Elémire Zolla, l'irregolare che contestò il mito progressista | Libero Quotidiano.it
In un’intervista ad Alfredo Cattabiani, un geniale irregolare della cultura italiana, Umberto Eco affermò, nel 1981, che uno dei suo...








