C’è chi cresce in compagnia di “Cappuccetto rosso” o “Pinocchio” e chi con “Alice nel paese delle meraviglie”. Anzi “Alice’s Adventures in Wonderland” come recita il titolo originale del balletto in scena alla Scala di Milano per sette rappresentazioni sino al 30 maggio. È il titolo di riferimento del coreografo Christoper Wheeldon con le musiche di Joby Talbot. Un balletto in tre atti che si apre e si chiude con una scena di campagna inglese, tipo “Downtown Abbey”. Poi prende il via il viaggio della fanciulla che, nella visione di Wheeldon, è già sulla soglia della adolescenza non estranea ai primi turbamenti dell’amore. Wheeldon dunque. Cinquantenne, inglese, uno dei coreografi più interessanti del panorama britannico e americano, dallo stile contemporaneo, ma di base classica. Capace di dipingere vasti affreschi come “Il racconto d’inverno “, “Il lago dei cigni”, appunto “Alice nel paese delle meraviglie”, ma anche un musical (solo la coreografia) come “An American in Paris” o brani più intimisti come “After the Rain”. Impegno importante, questa “Alice”, per la compagnia della Scala, che affronta il balletto e lo stile british del coreografo con slancio e impegno. Nel quale Wheeldon non rinuncia a nulla degli episodi narrati nel racconto di Lewis Carrol, accompagnato dall’orchestra diretta da Koen Kassels. E dove i cast delle molte repliche sono tutti di ottimo livello: alla terza rappresentazione Linda Giubelli (Alice), Timofej Andrijashenko (Jack e il fante di cuori), Marco Agostino, Virna Toppi (la crudelissima regina di cuori), Gabriele Corrado, Mattia Semperboni, Christian Fagetti. Il problema non è se gli scaligeri si sappiano calare in questo stile british (lo sanno altroché), il problema è quanto questo stile possa soddisfare il pubblico italiano abituato a bellurie più “époustoufflantes”. Anche se il pubblico della domenicale cui abbiamo assistito, dedicato ad anziani e ragazzi, ha risposto con entusiasmo. Inoltre tutte le recite sono sold out. Un motivo ci sarà: uno sguardo a come si balla fuori porta fa bene, ci allontana dalle solite coreografie di Nureyev, patron della Scala e dell’Opéra; suo il prossimo “Don Chisciotte” di luglio. Ma per tornare ad “Alice” ecco che con l’aiuto delle proiezioni video vediamo per esempio gli occhi dell’enorme gatto dalla coda che si spezza e si muove. Ma il colpo di genio è il cappellaio matto (Marco Messina) che danza il tip tap. Mentre Mattia Semperboni guida la danza del lungo bruco. Ancora video per raccontare il precipitare di Alice nella tana del coniglio e nell’altro mondo. Il terzo atto ci regala un piacevolissimo walzer delle carte da gioco e un passo a due finale fra Alice e il suo Jack ( Andrijashenko). Per quanto riguarda il coreografo, piccola curiosità. Nelle leggende che circondano il suo rapido successo c’è anche un aspirapolvere Hoover. Acquistandone uno, nel 1992, l’allora diciannovenne danzatore del Royal Ballet, si procurò un biglietto aereo low cost per New York. E fu così che sbarcò alla corte di Peter Martins al New York City Ballet, fece un’audizione, fu preso in compagnia e di lì a pochi anni incominciò a coreografare. Mettersi a ragionare su che cosa sarebbe stata la sua vita e il futuro della danza senza quell’aspirapolvere è forse pura accademia. Quello che è certo, tuttavia, è che il ragazzo ha incominciato a muoversi presto secondo una volontà precisa. Sin dall’età di sette anni quando, dopo avere visto una recita di “La fille Mal gardée” di Ashton, Christopher, nato il 22 marzo del 1973 a Yeovil nel Somerset, “Il cuore dell’Inghilterra rurale” come ama ricordare, decide che da grande farà il ballerino. Il padre è ingegnere, la madre, fisioterapista, aveva studiato danza da piccola. I genitori lo appoggiano e lui si iscrive a una scuola di danza locale per passare presto, prima come esterno e poi come interno, alla Scuola del Royal Ballet a Londra.
Alice nella Scala delle Meraviglie
Il balletto del coreografo Christoper Wheeldon con le musiche di Joby Talbot








