Un’immersione multimodale in tutto ciò che è meraviglia, guidati da un personaggio iconico della letteratura british quale è Alice. Dalle pagine di Lewis Carroll, Christopher Wheeldon, tra i maggiori coreografi inglesi, con produzioni nate per Royal Ballet di Londra, il New York City Ballet e un alto novero di altre compagnie, dal Bolshoi al San Francisco Ballet, ha portato il suo coloratissimo Alice’s Adventures in Wonderland al Teatro alla Scala. Il balletto è uno dei titoli narrativi di maggior successo internazionale di Wheeldon, ideato per il Royal Ballet nel 2011 e rinato ora con il Corpo di Ballo scaligero diretto da Frédéric Olivieri. Produzione in tre atti, gigantesca per il set trasformista e i fantasiosi costumi firmati da Bob Crowley, Alice’s Adventures in Wonderland è un vortice di episodi guidato dalla musica originale di Joby Talbot, mix di incanto, curiosità e paura che accompagna l’ignoto in cui precipita Alice. Ignoto sorprendente, fuga da quel mondo vittoriano di cui Carroll, con geniale arguzia, ne tratteggiò, attraverso il filtro del wonder, le crepe.

NON E’ QUINDI un caso che Wheeldon apra il suo balletto con un party in stile vittoriano, in cui i personaggi sono quelli da cui il romanzo prese l’avvio. In scena, con la moglie, il diacono Liddell, amico di Carroll, nonché padre di Alice, al cui il libro fu dedicato, e di altre due bimbe. Al party partecipa anche Carroll, che da provetto fotografo scatta immagini alle tre sorelle, e altri personaggi con i quali Wheeldon si sbizzarrisce con acume a giocare su doppie identità. La rigida signora Liddell diventa nel Paese delle Meraviglie la perfida Regina di Cuori, Carroll il Bianconiglio, il giardiniere del party (ruolo inventato da Wheeldon) il Fante di Cuori, l’invitata en travesti la Duchessa, il diacono Liddell il succube Re, l’illusionista il Cappellaio Matto. I cast sono tre, in scena fino al 30 maggio. Ecco i protagonisti visti alla prima. Per Alice, Wheeldon ha voluto al debutto la solista Agnese Di Clemente. Ottima prova per l’artista che si è immedesimata con candore adolescenziale nel piglio volitivo e coraggioso di Alice, facendo trasparire al contempo quei momenti interrogativi sull’identità in crescita che appartiene al romanzo. Come scrive la studiosa Sidia Fiorato nel recentissimo libro Alice’s Wonderland: Performances of Identity (Peter Lang Editore) “identity is a central puzzle for Alice” (l’identità è un puzzle centrale per Alice), Alice non si chiede mai dove sia, ma chi sia (who am I?), interrogativo che accompagna con pungente presenza l’interpretazione di Di Clemente.