Stanley Tucci ha sempre avuto due grandi amori: la moda e il cibo. Per anni sembravano inconciliabili — la taglia 36 imposta nell’industria Miranda Priestly da una parte, i ragù e i tiramisù dall’altra. Oggi non è più così. La moda si è ammorbidita, il cibo è tornato a essere materia viva, non chimica processata. E Tucci, elegante e asciutto come sempre, li porta avanti insieme senza contraddizione: al cinema con il sequel di Il diavolo veste Prada, in streaming con la seconda stagione di Tucci in Italy.
La serie, in questa seconda stagione, attraversa Campania, Sicilia, Veneto, Sardegna e Marche. “Abbiamo girato dieci episodi tutti nello stesso anno, in circa sette mesi, poi li abbiamo divisi in due stagioni. Si impara sempre qualcosa, e io ho imparato tantissimo”.
Tra i ricordi più forti c’è un momento in Campania: “Quel signore preparava quella pasta con i frutti di mare — e non riesco mai a pronunciare il nome del piatto — ed è stato incredibile, come vedere le vongole fujute, le vongole fuggite, piatto povero partenopeo”. Sul tiramisù veneto si limita a sorridere: “Che dire? È buono. Molto buono”.
Ma il punto non è mai il piatto in sé. È quello che succede attorno. “Contano moltissimo l’umanità e il calore. Soprattutto oggi, perché tutto sta diventando così digitale, e questo crea distanza tra le persone. La tecnologia può avvicinarci, ma può anche separarci. Più riusciamo a interagire davvero con gli altri — sul lavoro o attorno a un tavolo — più il mondo diventa un posto migliore”.









