La stagione dell’antimelonismo dopo l’antiberlusconismo e l’anticraxismo. I Graffi di Damato
Per quanto “acclamata”, secondo le cronache delle assemblee prima dei coltivatori diretti e poi degli industriali, l’applausometro personale di Matteo Renzi ha assegnato alla premier Giorgia Meloni, nel solito salotto televisivo di opposizione di Giovanni Floris su la 7, consensi decrescenti di quantità e qualità. Concessi più per cortesia, naturalmente immeritata, che per convinzione.
Ettore Prandini, presidente dei coltivatori diretti, è stato dileggiato per il suo entusiasmo nei riguardi dell’ospite. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, è stato degradato a uno sciocco sovranista per aspettarsi anche lui, come la premier, una Unione europea più politica e meno burocratica, con le sue regole contabili definite “stupide” a Bruxelles anche da Romano Prodi, quando era presidente della Commissione esecutiva.
Scampata miracolosamente la settimana scorsa, come ho già rivelato con sollievo, al coinvolgimento nella tragedia dei sommozzatori italiani nelle acque delle Maldive, temo che la premier non scamperà invece alla tentazione dei suoi avversari di attribuirle, con la sua troppo lunga permanenza a Palazzo Chigi, le ragioni della perduta ispirazione di autore e cantante annunciata da Francesco De Gregori. Che nel 1979, l’anno dopo la mattanza della scorta e l’uccisione conclusiva di Aldo Moro per mano delle brigate rosse, e di quanti non vollero o non seppero né prevenirle né combatterle davvero dietro la formula della “fermezza”, aveva avuto l’ottimismo, la volontà, la generosità di inventarsi quella bellissima canzone intitolata “Viva l’Italia”.









