L’articolo è tratto da Dissonanze, culture, società, conflitti, la rivista di Donzelli Editore

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ROMA – Da diversi mesi mi sto trovando a frequentare alcune Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) sparse per diverse regioni del nostro Paese, impegnata nella realizzazione di una ricerca – commissionata dallo Spi della Cgil – dedicata alla raccolta di testimonianze che mettano in evidenza, dove possibile, l’uso delle buone pratiche nella cura delle persone anziane in Italia.

Il volto del (nostro) terzo tempo. Viviamo in una parte di mondo che tende a cancellare le tracce del tempo sul corpo e trovarsi ad attraversare le stanze di luoghi nati per occuparsi dell’invecchiamento che scavalca i vari tentativi di cancellazione che operiamo, produce un senso di disorientamento forte. Ci troviamo infatti da un lato a fare i conti con tutto quello che ci viene nascosto e nascondiamo e che ci riguarda, dall’altro ci sentiamo paradossalmente rassicurate/i nel ritrovare qualche cosa di noi che non sapevamo più che fine avesse fatto: il volto del (nostro) terzo tempo.

Nelle Rsa gli spazi diventano porzioni di tempo che si dilatano. Ero seduta all’ingresso di una Residenza mentre aspettavo di incontrare alcune delle persone che mi avrebbero portata a vedere la struttura che quel giorno era previsto avrei visitato, e per delle ragioni impreviste, mi è toccato in sorte di passarci più tempo di quanto programmato. Qualche ora. Nelle Rsa gli spazi diventano porzioni di tempo che si dilatano al punto da far perdere completamente la percezione della durata delle fasi di una giornata. In quella pausa ho avuto modo di confrontarmi con un elemento macroscopico che nelle visite successive, nelle strutture di altre città, ho potuto constatare nuovamente: nelle Rsa gli spazi diventano porzioni di tempo che si dilatano al punto da far perdere completamente la percezione della durata delle fasi di una giornata.