Una parte decisiva delle indagini sui fatti di sabato 16 maggio passerà dall’analisi dei dispositivi sequestrati a Salim El Koudri. Cinque cellulari, due tablet, quattro computer, due hard disk e tre chiavette Usb: è lì che gli inquirenti stanno cercando eventuali elementi utili a valutare soprattutto la possibile presenza delle aggravanti di terrorismo e premeditazione, al momento escluse dalla Procura. Oggi la Digital Forensics, cioè l’insieme delle tecniche utilizzate per acquisire e analizzare prove digitali utilizzabili in sede giudiziaria, è diventata uno degli strumenti centrali nelle indagini. Il punto con Michele Colajanni, professore ordinario di Ingegneria informatica all’Unibo e fondatore della Cyber Academy (Unimore).
Come si procede quando si analizza un dispositivo?
"Quando si svolgono queste indagini, è indispensabile seguire protocolli precisi che consentano di garantire la tracciabilità delle operazioni e l’integrità dei dati analizzati. Ciò è possibile grazie a un principio fondamentale della Digital Forensics, noto come hashing: viene cioè generata una sorta di ’impronta digitale matematica’ della copia acquisita, così che anche la modifica di un solo bit genererebbe un codice completamente diverso. In questo modo è possibile dimostrare che i dati esaminati corrispondono esattamente a quelli presenti originariamente sul dispositivo sequestrato".










